Moda

Mar 06 CHE FASTIDIO

di Cristiana Schieppati

“Che fastidio” è il titolo della canzone di Ditonellapiaga arrivata terza al Festival di Sanremo. Ma più che un ritornello sembra la colonna sonora perfetta di queste settimane italiane in cui tutto, spettacolo, moda, social, politica del costume, finisce nello stesso grande frullatore mediatico.

La moda milanese, quest’anno, ha avuto l’aria di chi arriva in scena già in ritardo. Non per colpa sua, ma perché il calendario l’ha stretta in una tenaglia perfetta: da una parte Sanremo, spostato dal 24 al 28 febbraio 2026 proprio per evitare la sovrapposizione con Milano-Cortina; dall’altra una città che da settimane viveva ancora dell’eco olimpica, dopo i Giochi invernali conclusi il 22 febbraio. Nel mezzo, la Milano Fashion Week donna, che più che una settimana della moda mi è parsa un esercizio di sopravvivenza mediatica. Il punto, però, non è soltanto l’agenda. È la gerarchia dell’attenzione. Sanremo resta una macchina popolare che detta il racconto collettivo; la moda, invece, continua a parlare benissimo a se stessa e molto meno al resto del Paese. Lo ha notato anche chi ha raccontato questa collisione di mondi dall’interno, osservando come per stylist, uffici stampa, influencer e giornalisti questa edizione sia stata una corsa continua fra Liguria e Milano, fra palco e passerella, fra fitting e dopofestival.

Eppure, dentro questo scenario congestionato, una cosa la moda l’ha fatta bene: fare sistema tra designer. In una stagione segnata dai debutti, i direttori creativi hanno mostrato un riflesso sano: gli stilisti sono andati a vedere gli altri stilisti, i colleghi hanno sostenuto i colleghi, e i debutti sono stati vissuti come passaggi di sistema più che come duelli individuali. Non è poco, in un settore che da anni alterna egocentrismo e fragilità. Anche la stampa internazionale ha letto questa Fashion Week come una settimana di “new beginnings”, dominata da cambi di direzione creativa e da una città chiamata a reggere il peso del ricambio.

Passata la palla a Parigi, si guarda il racconto che resta.
A Sanremo, fra decine di look, photogallery e contenuti pubblicati nella gallery del Chi è Chi a fare notizia non è tanto il vestito, quanto il personaggio che buca l’algoritmo. Il fatto che una delle immagini più rilanciate e commentate sia stata quella di Giulia Salemi con le sue scarpe Casadei, dice molto meno di lei e molto di più dello stato della comunicazione: oggi la notizia non è ciò che ha valore, ma ciò che circola meglio. Il fatto che oggi la notizia sia ciò che circola meglio e non ciò che pesa davvero ha anche un’altra conseguenza: spiega perché i giornali siano in difficoltà. Non solo per la pubblicità che migra verso le piattaforme, ma perché il sistema dell’informazione si è progressivamente ristretto. Si leggono sempre più spesso gli stessi nomi, le stesse firme, le stesse opinioni che rimbalzano da una testata all’altra. Nel frattempo, chi ha accesso diretto alle piattaforme , creator, influencer, community digitali, intercetta attenzione e conversazioni che una volta passavano dalle redazioni. Non è necessariamente meglio o peggio, ma è un fatto: la mediazione giornalistica si è assottigliata.

Da Parigi il meccanismo si ripete, quasi in caricatura. Nel pieno della Fashion Week, mentre le maison costruiscono narrazioni monumentali, una delle micro-notizie più condivise online dopo la sfilata Dior è stata quella della modella che ha perso una scarpa in passerella: rilanciata da account di settore e diventata in poche ore un frammento virale più forte di molte analisi sul contenuto della collezione. È la perfetta metafora del presente: il dettaglio accidentale vince sul discorso strutturato.

Milano, comunque, ha avuto i suoi grandi titoli. Il più atteso era senza dubbio il debutto di Maria Grazia Chiuri da Fendi. La stampa internazionale lo ha letto come uno dei tre grandi esordi della settimana, un “nuovo capitolo”, mentre altre recensioni hanno sottolineato una collezione più solida che emozionante, più chiara che sorprendente. Il punto è che, nel racconto generalista, tutto questo si è spesso ridotto a formule povere: la donna, il nero, la portabilità, il nuovo logo. Come se bastasse dire “abiti per le donne” per chiudere la questione. Ho sentito annunciare un servizio al telegiornale con questo titolo ” A Milano sfila una donna a strati, con vestiti per vestirsi dal mattino alla sera”. Ma wow direi!

Il colore nero è stato uno dei veri protagonisti trasversali sia sul palco che in passerella, si lega bene infatti a un clima generale più cupo. Qualche collega ha parlato apertamente di nostalgia, cautela, crisi creativa e scelte sicure. Quando il nero smette di essere solo un classico e diventa il linguaggio comune di un intero sistema, forse non siamo davanti a una tendenza, ma a uno stato d’animo.

Anche il debutto di Demna da Gucci è stato uno dei momenti più osservati della stagione: un esordio carico di aspettative per una maison in cerca di rilancio dopo il rallentamento degli ultimi anni. La critica del New York Times Vanessa Friedman ha spesso letto queste fasi di transizione di Gucci come passaggi di “pragmatismo” più che di rivoluzione, momenti in cui il brand prova a ripulire l’eccesso del passato per ritrovare una nuova direzione creativa e commerciale.

Tutta questa cautela arriva mentre la sostenibilità, un tempo parola obbligatoria in ogni cartella stampa, sembra evaporata dal centro del discorso. Al suo posto sono tornati heritage, mestiere, desiderabilità e “artigianalità”. È significativo che persino le recensioni più benevole dei debutti insistano sulla portabilità, sulla chiarezza, sulla donna reale: argomenti legittimi, certo, ma anche il segnale di un settore che in questo momento sembra aver abbassato l’ambizione per tornare alla rassicurazione commerciale. Ma non è solo una questione estetica. È una questione geopolitica e di mercato. Parlare di moda come se vivesse in una bolla oggi è quasi grottesco. In questi giorni il conflitto in Medio Oriente ha colpito direttamente anche gli Emirati Arabi, con attacchi iraniani che hanno coinvolto Dubai e Abu Dhabi, al punto da indurre le autorità a sospendere per due giorni i mercati finanziari locali. Reuters ha documentato anche la chiusura o il ridimensionamento di negozi da parte di gruppi del lusso e retailer internazionali in un’area che vale circa il 5-6% delle vendite globali del lusso, con Dubai che da sola pesa per circa metà dei ricavi regionali. Questo rende ancora più ironico il riflesso automatico con cui molti brand continuano a inseguire sempre gli stessi mercati forti. Gli Stati Uniti restano il grande approdo simbolico e commerciale, nonostante vengano spesso evocati come il luogo dove tutto si semplifica, si spettacolarizza, si vende. Ma poi è lì che tutti vogliono sfilare, fare cruise, consolidare clienti, cercare visibilità. Carlo Capasa con Camera della Moda continua a parlare di 2026 come possibile anno della ripartenza, dopo un 2025 chiuso in calo, sarà un buon segno che suo fratello ha deciso proprio ora di tornare a creare una sua linea di calzature dal nome, appunto, Capasa?

Nel frattempo, mi sono rimaste impresse alcune cose, dei veri e propri flash.
Emporio Armani fa comparire cristalli Swarovski sul denim. La settimana milanese, per la maison, è stata anche quella del passaggio di testimone, con il debutto di Silvana Armani e una narrazione molto centrata sulla continuità e sulla vestibilità.

Sul versante Brunello Cucinelli, invece, il contrasto è narrativo. Da una parte le figlie mi rassicurano su una tranquillità di valori e di serenità all’interno dell’impresa familiare “gentile” dall’altra, proprio nelle scorse settimane, Selvaggia Lucarelli ha pubblicato un attacco molto duro contro Brunello, scalfendo l’immagine pubblica del “capitalismo buono”: il vero tema non è chi abbia ragione, ma il fatto che oggi la reputazione pubblica nasce dallo scontro tra versioni diverse, tra chi ha forza mediatica e chi non vuole rispondere con le stesse armi.

Prada, invece, ha fatto esattamente Prada: ha preso una forma semplice e l’ha resa concettuale. WWD ha scritto che in passerella c’erano solo 15 modelle, ripassate più volte con strati di abiti ogni volta sottratti o trasformati. Dare significato agli abiti proprio togliendo elementi è una lettura interessante, ma resta una domanda: quanti, fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori, riescono davvero a cogliere questo tipo di messaggio?

Intanto il tema dei legami familiari si è rafforzato ovunque. A Sanremo i “figli di” continuano a essere un sottogenere dello spettacolo italiano, fuori dall’Italia, perfino Demi Moore ha usato i social per promuovere il nuovo singolo della figlia Scout. Ho anche scoperto che la figlia di Lorenzo Jovanotti scrive per F una rubrica a fumetti e che la redazione l’ha portata in giro per sfilate. Teresa alla Fashion Week.

Poi c’è un altro segnale dei tempi. Marcello Ascani che intervista Lorenzo Bertelli su YouTube e TikTok non è solo un episodio curioso: è il segno che certe figure oggi preferiscono parlare con chi ha linguaggi e community digitali, più che con i giornalisti tradizionali. Nell’intervista Bertelli lo dice in modo molto diretto: “Oggi i brand devono costruire una relazione autentica con le persone, non limitarsi a vendere un prodotto.” Ma racconta anche come è la sua giornata tipo “Scendo dal letto , mi lavo la faccia, prendo la moto e via, faccio vita d’ufficio, ma cerco anche delle valvole di sfogo perchè fare il manager è un po’ come fare lo sportivo, bisogna gestire lo stress. Del mio lavoro mi manca l’adrenalina, il senso di frustazione è la cosa che invece mi trovo a gestire!” Molti giornalisti quell’intervista l’avrebbero voluta, ma il punto è proprio questo: volerla non basta più.

Da Parigi, infine, arriva anche una notizia più seria del solito teatrino fashion: Pieter Mulier lascia Alaïa per andare da Versace. Nel suo saluto finale ha detto una cosa rara in un sistema spesso ossessionato dalla performance e dall’effetto spettacolare. Parlando della sua ultima collezione ha spiegato: “Volevo fare abiti che le donne potessero davvero indossare. Per me la moda deve tornare a essere portabile, vivere nella vita reale.” Ha parlato anche di vuoto, di felicità e di una collezione pensata come un vocabolario da lasciare a chi verrà dopo. Parole semplici, quasi disarmanti, e proprio per questo memorabili.

Nel frattempo, anche il mondo parallelo delle celebrity continua a produrre storie che finiscono inevitabilmente dentro il racconto del lifestyle globale. Charles Leclerc si è sposato a Monaco con la compagna Alexandra Saint Mleux (ora signora Leclerc, il suo profilo ig è stato subito aggiornato) , trasformando un evento privato in uno di quei momenti perfettamente contemporanei in cui sport, glamour e social media si sovrappongono. Il pilota della Scuderia Ferrari, uno dei volti più popolari della Formula 1, è da tempo anche un protagonista del racconto lifestyle che ruota intorno al paddock: moda, brand, jet set internazionale. Non sorprende quindi che il matrimonio, pur celebrato in forma riservata, sia diventato rapidamente materiale da social e da cronaca mondana, con immagini e dettagli rilanciati da fan, magazine e piattaforme digitali. Un episodio che racconta bene come oggi anche la vita privata delle star venga immediatamente assorbita nell’immaginario collettivo.

Elettra Lamborghini al Festival di Sanremo ha riassunto con una battuta ironica uno degli aspetti meno eleganti ma più reali del grande circo mediatico: quello dei “festini bilaterali” che capitano anche molto spesso nella moda. Una frase detta con leggerezza, ma che racconta molto di come funzionano oggi i grandi eventi. Perché accanto al palco ufficiale, alle sfilate sul red carpet e alle interviste istituzionali, esiste sempre un secondo livello fatto di cene, feste private, incontri informali e relazioni che si costruiscono lontano dai riflettori. È il lato parallelo dello spettacolo, quello che raramente entra nei comunicati stampa ma che tutti sanno essere parte integrante del sistema. In quei momenti si intrecciano relazioni professionali, amicizie strategiche, nuove collaborazioni e piccoli giochi di potere che spesso contano quanto, se non più, delle performance artistiche o delle passerelle. È il segno di un’epoca in cui il dietro le quinte ha quasi lo stesso valore della scena ufficiale.

Che fastidio, allora, non è la moda. È la sua difficoltà crescente a imporre una gerarchia. A distinguere ciò che conta da ciò che gira. A raccontarsi in un tempo in cui una scarpa persa da Dior, una gallery di Sanremo o un creator su TikTok possono pesare più di una collezione, di un debutto, di un’idea. E forse il vero fastidio è proprio questo: che la moda, in un momento storico così teso, fra guerre, mercati fragili e capitali nervosi, continui a oscillare fra la pretesa di essere centrale e la tentazione di accontentarsi di essere semplicemente condivisibile.

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