Moda

Apr 09 I HAVE A FEELING

di Cristiana Schieppati

Ci sono momenti in cui non servono prove, dati o conferme. Arriva prima una sensazione, sottile ma persistente. Un “me lo sentivo” che anticipa decisioni, cambiamenti, svolte personali e professionali. È una forma di conoscenza intuitiva che non sempre si riesce a spiegare, ma che spesso si rivela più lucida di qualsiasi analisi. Io ho sempre pensato di essere un po’ strega perchè spesso il mio sesto senso si fa sentire e anticipa quello che sta succedendo. Mi sono sempre sentita “magica” (non maggggica come la Roma eh?) tanto che quando Ludovica era piccola l’avevo convinta che anche lei a 18 anni avrebbe acquistato i poteri ma non doveva dirlo a nessuno. Sarà che sono cresciuta guardando “Vita da Strega” e nella mia infanzia il mondo della magia era l’unico portale che ti permetteva di sognare di essere qualcun’altra ,di raggiungere posti nuovi in un batter d’occhio, di poter realizzare i propri sogni facilmente. Oggi il cellulare ha sostituito quel desiderio di magia, perchè puoi viaggiare in tutto il mondo senza muoverti da casa e puoi usare un filtro per diventare come vorresti essere.

Nel sistema moda contemporaneo, questa sensazione del “me lo sentivo” sembra essere diventata quasi un linguaggio condiviso. In un settore attraversato da trasformazioni continue, tra nuovi modelli di business, ridefinizione dei ruoli e cambi di leadership, il feeling non è solo individuale: è un indicatore collettivo di ciò che sta cambiando.

Negli ultimi mesi, diversi segnali raccontano una fase di transizione profonda. Nel mondo corporate e creativo, si muovono figure chiave come Stefano Cantino in arrivo a Dolce & Gabbana  al posto di Fedele Usai che è volato a Parigi con moglie e figli per lavorare al fianco di Luca De Meo in Kering, le nuove sfide manageriali segnalano una mobilità sempre più fluida tra maison e gruppi internazionali. Allo stesso tempo, il settore della comunicazione vede il ritorno di Federica Salto con la sua newsletter “La moda il sabato mattina” che ripartirà a maggio, dopo aver lavorato come caporedattore a Vogue Italia e responsabile della comunicazione nell’ufficio creativo di Gucci nell’era di Sabato De Sarno e dopo la maternità è pronta a rimettersi in gioco per la sua community di appassionati di moda. La sua newsletter a pagamento nasce nel 2020 come spazio editoriale personale su Substack e torna oggi che i podcast stanno imperversando ovunque. A mio avviso la newsletter è più “pensiero”, il podcast è più “voce” e nella moda contemporanea, dove il contesto conta quanto il prodotto, spesso servono entrambi.

Nel dibattito sul lavoro e sulla leadership, la voce di Cristina Scocchia, CEO di illy caffè, si inserisce con una chiarezza quasi controcorrente. Nel podcast Made IT, raccontando il proprio percorso manageriale, Scocchia ribadisce come la carriera non sia mai un percorso lineare ma una vera e propria maratona, fatta di scelte, cadute e ripartenze, dove la capacità di restare focalizzati conta più dell’illusione del successo immediato. La sua idea di leadership riflette un cambio di paradigma: non più esercizio di potere, ma responsabilità verso le persone e l’organizzazione, in un equilibrio continuo tra risultati economici e impatto umano. In un momento storico in cui il ruolo dei manager è sempre più esposto e complesso, le sue parole sottolineano l’importanza del merito, della visione e della coerenza: “se non sai dove vuoi andare, non ci sarà buon vento che ti ci porti”. Starei ad ascoltarla per ore, anche perchè dice cose molto vere su come una donna affronta il mondo del lavoro, quando si perde il primo passo di un figlio perchè si trova all’estero, oppure si prende l’umiliazione di essere scambiata per la segretaria che porta il caffè (non che ci sia nulla di male eh? ) solo perchè nel CDA è l’unica femmina.

Nell’intervista rilasciata a Corriere della Sera, Alice Agnelli che tutti abbiamo conosciuto quando era la Pr di Stella McCartney, racconta il suo trasferimento in Monferrato, come una scelta consapevole, non solo logistica ma soprattutto esistenziale. Il passaggio dalla città a un contesto più rurale viene descritto come un ritorno a un ritmo più umano, in cui il lavoro creativo nel mondo del food  può svilupparsi in modo più autentico, a stretto contatto con la natura, la stagionalità e una dimensione quotidiana più lenta. Nell’intervista emerge il desiderio di ridefinire le priorità, dando spazio a un equilibrio diverso tra vita personale e professionale, dove il territorio non è solo sfondo ma diventa parte attiva del processo creativo e del racconto. Una scelta che riflette una sensibilità sempre più diffusa: quella di costruire il proprio lavoro attorno a contesti che rispecchino identità, valori e modo di vivere.

In queste fasi di cambiamento emerge spesso una dimensione meno raccontata: quella dei rapporti professionali che evolvono, e talvolta si incrinano, quando si arriva a una separazione. È un fenomeno noto in molti ambienti competitivi: collaborazioni che si trasformano, equilibri che cambiano, relazioni che diventano più complesse nel momento in cui una persona decide di lasciare un progetto o un’azienda. In alcuni casi affiorano tensioni, riletture del passato e dinamiche che possono irrigidirsi rapidamente, fino a far emergere atteggiamenti che rivelano le persone per quello che sono davvero. La fiducia, quando viene meno, lascia spazio a incomprensioni, silenzi o reinterpretazioni del contributo reciproco. Ed è proprio in questi momenti che torna spesso una sensazione istintiva, quasi difficile da spiegare razionalmente: quel “me lo sentivo”. Una percezione sottile, a volte ignorata all’inizio, che col tempo trova conferma nei fatti. Non si tratta solo di intuito, ma di una forma di consapevolezza che raccoglie segnali, micro-fratture, incoerenze che si erano già manifestate nel tempo. In un certo senso, il “me lo sentivo” diventa una bussola emotiva che aiuta a leggere le situazioni prima ancora che si definiscano apertamente, e che, a posteriori, dà un senso a dinamiche che altrimenti sembrerebbero improvvise, ma che spesso erano già in parte visibili.

In questo scenario complesso e in continua evoluzione, il “I have a feeling” diventa qualcosa di più di una semplice impressione. È una forma di lettura del presente, un modo per orientarsi quando le coordinate tradizionali non bastano. La parabola di LuisaViaRoma e la figura di Tommaso Buti, ad esempio,  raccontano due aspetti dello stesso sistema: quello di un modello che ha puntato molto su visibilità, eventi esperienziali e relazioni internazionali per costruire un posizionamento globale nel lusso. Ve le ricordate le cene pro Unicef con tanto di concerto di Jennifer Lopez dove tutti volevano partecipare? Buti per anni è stato coinvolto nella gestione di grandi iniziative, eventi e collaborazioni internazionali che hanno contribuito a dare visibilità globale al retailer fiorentino, fungendo da ponte tra fashion, entertainment e networking di alto profilo. La sua carriera è stata caratterizzata da progetti ambiziosi, ma anche da momenti controversi. Negli anni ’90 Buti fu promotore del Fashion Café a New York, un format che univa ristorazione e moda, e che in seguito lo ha visto coinvolto in indagini giudiziarie negli Stati Uniti. Nel 2021 gli è stato concesso un perdono presidenziale da parte di Donald Trump in relazione a quelle vicende giudiziarie, un fatto che ha attirato l’attenzione dei media e segnato una parte significativa della sua storia personale e professionale. Il suo ruolo ha sviluppato una crescita che ha reso LuisaViaRoma un nome riconoscibile oltre il retail tradizionale. Tuttavia, nel tempo, lo stesso modello ha dovuto confrontarsi con cambiamenti strutturali del mercato, con costi elevati e con una trasformazione profonda dell’e-commerce e del consumo nel lusso. La fase di crisi e riorganizzazione che l’azienda sta attraversando oggi può essere letta anche come il punto in cui quel sistema mostra i suoi limiti e viene rimesso in discussione. In questo senso, la sensazione del “I HAVE A FEELING” diventa una chiave di lettura retrospettiva: segnali, equilibri e dinamiche che, col senno di poi, suggeriscono come alcune fragilità fossero già presenti, anche quando il modello appariva solido e in piena espansione.

Spesso, prima ancora che emergano controversie pubbliche o legali, esiste una percezione istintiva che certe dinamiche siano destinate a riemergere, ad esempio quando un nome viene trasformato in brand e poi riutilizzato in nuovi contesti. E’ il caso che coinvolge Jo Malone e Estée Lauder Companies  uno degli esempi più chiari di come, nel capitalismo contemporaneo, un nome possa diventare un asset vero e proprio, con implicazioni che vanno oltre il branding e toccano identità, proprietà intellettuale e libertà professionale. Jo Malone è una figura reale, fondatrice dell’omonimo marchio poi ceduto a Estée Lauder nel 1999; dopo un periodo di permanenza nel brand e una clausola di non concorrenza, torna sul mercato con un nuovo progetto, Jo Loves. Il nodo si riaccende quando il suo nome viene utilizzato in contesti promozionali legati a collaborazioni commerciali, in particolare con Zara, dove la comunicazione enfatizza la sua identità come creatrice e fondatrice. È proprio qui che Estée Lauder Companies interviene, contestando l’uso del nome, ritenuto potenzialmente ambiguo perché il marchio “Jo Malone” è sotto il suo controllo.

C’è qualcosa di profondamente simbolico nell’addio di Roberto Alessi a Novella 2000. Dopo 14 anni, il suo ultimo editoriale non è solo un saluto, ma il racconto di un ciclo che si chiude con consapevolezza: dai primi passi nella sede Rizzoli Editore fino al lavoro di ricostruzione del giornale, attraversando cambi di proprietà, momenti complessi e rilanci importanti. Nei suoi ringraziamenti, da Alfredo Bernardini De Pace a Federico Silvestri, fino a Daniela Santanchè, emerge una carriera costruita dentro relazioni e trasformazioni continue. Eppure, al di là delle parole ufficiali, si percepisce quel momento preciso in cui qualcosa cambia: “Da aprile io lascio”. Non una rottura, ma una transizione verso un nuovo ruolo da editorialista, che lui stesso definisce impegnativo, quasi vertiginoso. È uno di quei passaggi che raramente arrivano all’improvviso: prima li senti, poi li annunci. I have a feeling, anche qui.

Chiudo questo editoriale con la presenza congiunta di Anna Wintour e Meryl Streep sulla copertina di  Vogue che non è certamente una scelta estetica per un giornale di moda ma è un messaggio culturale. Da un lato è un gioco di specchi. Wintour è la realtà, Streep è la sua rappresentazione iconica ne Il diavolo veste Prada. Metterle insieme significa riconoscere apertamente quanto moda e narrazione siano ormai inseparabili. È come dire: il potere nella moda non è più solo reale è anche costruito, raccontato, quasi mitologico. Ma la vera domanda è un’altra: serve ancora una figura come Anna Wintour oggi? La risposta è sì, ma in modo diverso rispetto al passato. Per anni ha incarnato un modello preciso: autorità verticale, visione chiara, gusto capace di dettare legge. Era la figura a cui aspirare o da temere. Oggi però quel modello è sotto osservazione. Le nuove generazioni non cercano più solo leader intoccabili, ma figure più accessibili, inclusive, meno distanti. Nel film Il diavolo veste Prada, il personaggio di Miranda Priestly interpretato da Meryl Streep esprime perfettamente il senso di potere e aspirazione del sistema moda con una frase diventata iconica: “Everybody wants to be us” (“Tutti vogliono essere noi”). È una battuta breve ma potentissima, perché racchiude tutta la percezione della moda come élite: un mondo chiuso, desiderato, quasi irraggiungibile. Oggi però quella frase suona diversa. Se allora era una constatazione, oggi è quasi una domanda: è ancora vero che tutti vogliono essere “loro”? Forse no, almeno non completamente. Oggi il desiderio si è spostato: non più “essere Anna Wintour”, ma avere impatto come lei, in modo diverso. E proprio qui sta il senso della copertina: non è celebrazione nostalgica, ma passaggio di testimone simbolico. Un modo per dire che quel tipo di potere esiste ancora, ma deve evolversi.

In fondo, anche qui si torna sempre lì: I have a feeling. Sentiamo che un’era non è finita, ma sta cambiando forma.

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