Moda

Giu 05 IL GIORNO DOPO

di Cristiana Schieppati

C’è qualcosa che accomuna molte delle storie che stanno animando queste settimane. Non è la moda e nemmeno il lusso o il successo, ma è il momento che arriva dopo il sogno.

Per anni ci hanno raccontato che il difficile fosse arrivare, raggiungere il proprio obiettivo, ma oggi scopriamo che la cosa più complessa è restare. O forse andarsene.

Angela Missoni affida al suo profilo IG @missbrunello una lettera aperta della famiglia ai dipendenti ed ai collaboratori che sa di passaggio di testimone, di gratitudine ma anche di malinconia. Il 20 maggio infatti si è perfezionata la cessione della maggioranza di Missoni “Siamo convinti che il nuovo percorso intrapreso con la nuova proprietà – il fondo FSI e Katjes International ndr – in totale continuità manageriale, potrà offrire a Missoni ulteriori opportunità di crescita, sviluppo e consolidamento internazionale nel rispetto della storia e dell’identità che hanno sempre contraddistinto questo marchio(…) La Famiglia Missoni resterà sempre legata a questa straordinaria storia imprenditoriale e a tutte le persone che hanno contribuito a renderla possibile”. Perché le aziende familiari, a differenza delle favole, non finiscono quasi mai con un lieto fine. Finiscono con consigli di amministrazione, fondi di investimento, manager e nuove governance. È il progresso, ci dicono e probabilmente è vero, ma ogni tanto viene il dubbio che nel percorso si perda qualche pezzo di anima.

Intanto il valzer delle poltrone continua. Designer che arrivano, designer che partono, direttori creativi annunciati come salvatori e sostituiti pochi mesi dopo come fossero allenatori di una squadra in crisi.

Marco De Vincenzo dopo aver lasciato Etro è stato nominato direttore creativo agli accessori di Givenchy. La notizia ci racconta un settore in cui i creativi non costruiscono più carriere lineari ma attraversano marchi, gruppi, categorie merceologiche. Si passa dal pret-à-porter agli accessori, domani dalla moda al design, dopodomani all’intrattenimento. La mobilità diventa una virtù, ma ogni tanto viene da chiedersi se questa continua rotazione produca davvero nuove visioni o semplicemente nuovi comunicati stampa.

Poi c’è Achille Lauro, che a noi donne crea una certa dipendenza (ti ho visto Silvia Grilli nella foto eh?) , che viene nominato direttore creativo di Dondup. Per anni il mondo della moda ha cercato disperatamente di assomigliare allo spettacolo, oggi accade il contrario, sono gli artisti a diventare parte integrante del sistema. Non è solo una semplice operazione di marketing, ovviamente Achille Lauro non è uno stilista e non penso pretenda di esserlo, semplicemente è uno dei pochi personaggi italiani capaci di costruire un immaginario riconoscibile e contemporaneo. Quindi la domanda che mi pongo è se la moda stia cercando nuovi linguaggi o semplicemente sta prendendo in prestito la notorietà altrui.

Una collaborazione che generà solo visibilità è diventata la strada più facile, del resto creare attenzione richiede almeno un post. Prima di lui ci sono Pharrell Williams diventato addirittura direttore creativo di Louis Vuitton che ora se ne va in giro per Saint Tropez con una bottiglia di Moet & Chandon, e poi ancora Rihanna, Kanye West a livello internazionale, mentre in italia abbiamo visto Elodie, Marracash, Fedez …. ma quindi quando si parla di aiutare i giovani emergenti cosa si intende veramente? No perchè l’Italia è piena di giovani designer straordinari che faticano a trovare spazio, investimenti e visibilità. Ad un emergente servono studio, collezioni , sacrifici e ricerca mentre ad una celebrità bastano milioni di follower. La moda vuole ancora scoprire i talenti o preferisce affittare notorietà?

Per fortuna ogni tanto arriva una notizia che va nella direzione opposta con il Camera Moda Fashion Trust, i Grant quest’anno sono andati a ACT N°1, Institution e Materia, tre realtà diverse tra loro ma accomunate dall’idea sempre più rara di costruire un progetto prima ancora che una narrazione. Abbiamo bisogno di nuovi talenti molto più di quanto abbiamo bisogno di nuovi testimonial.

Tra dieci anni ricorderemo l’ennesima collaborazione tra un brand e una celebrità oppure i designer che oggi stanno costruendo il futuro della moda italiana?

Una nuova narrazione arriva anche da Gucci che entra in Formula 1. Non è una notizia sportiva ma una notizia culturale. Per la prima volta una maison del lusso diventa title partner di un team tanto da dargli il nome, infatti dal 2027 vedremo in pista il Gucci Racing Alpine Formula One Team. La Formula 1 è oggi ciò che la moda vorrebbe essere: globale, desiderata, trasversale, capace di parlare contemporaneamente a un ragazzo di vent’anni, a un imprenditore, a una celebrità e a un miliardario. La moda oggi vuole essere nei circuiti, nelle piattaforme, nei social, negli eventi che mescolano sport, spettacolo e lifestyle. Gucci non entra in questo settore per venderti una borsa, ma per appropriarsi di quei valori comprando una narrazione che produce miti contemporanei.

Poi ci sono le storie private, quelle che sembravano destinate a durare per sempre. La separazione tra Francesco Carrozzini, figlio di Franca Sozzani e Bee Shaffer, figlia di Anna Wintour, riguarda un simbolo. Per anni quel matrimonio ha rappresentato l’unione di due dinastie dell’editoria moda, una sorta di favola contemporanea del fashion system. Il successo non protegge dai cambiamenti, il prestigio non garantisce stabilità, nemmeno per chi è cresciuto tra le pagine di Vogue. Quante fragilità dietro vite apparentemente perfette.

Per anni abbiamo inseguito l’idea che il successo fosse una destinazione. Oggi scopriamo che è soltanto una tappa. Forse per questo mi ha colpito la storia di Alberto Massucco, un uomo che dopo una vita nell’industria metalmeccanica di famiglia decide si inseguire una passione e diventa produttore di Champagne. Uno champagne italiano nato da un sogno personale, da una passione autentica, da una prima bottiglia stappata ad Alassio per conquistare la fidanzata e diventata negli anni un progetto concreto. Devo ringraziare Alice Agnelli che mi ha invitata nel Monferrato ad un lunch speciale nella nuovissima sede di Maison Massucco, che meraviglia la sua tavola con le rose profumate del suo giardino che si mescolavano alle note fresche di un ramo di rosmarino …che bello le amicizie che non si perdono, che si ritrovano sempre. Alberto, seduto vicino a me, mi ha raccontato di come, grazie all’amicizia con il vigneron Erick De Sousa, ha inseguito la sua ossessione partendo come importatore e arrivando ad acquistare vigneti fino a creare una propria etichetta. Un italiano che ha deciso di andare in Francia non per comprare prestigio ma per impararne il linguaggio.

In un’epoca che celebra le operazioni finanziarie, le acquisizioni e le valutazioni miliardarie, le storie costruite sulla passione sembrano quasi rivoluzionarie. Forse è questo che mi ha colpito, si parla sempre di successo ma molto meno di dedizione, si celebrano i risultati raramente il percorso. Eppure dietro una bottiglia di champagne c’è la stessa lezione che dovrebbe valere per la vita, per la moda e per le imprese: le cose migliori hanno bisogno di tempo. E che bel risultato quello di Eva Desiderio che ha portato all’altare il figlio. Un ruolo emozionante per una madre che ha sempre lavorato tantissimo per la felicità di quel ragazzo. Auguri, ho rubato la foto dal profilo di Daniela Fedi, spero non mi chieda i diritti d’autore…

In questo editoriale, parlando di sogni infranti, non posso non parlare di Fabio Maria Damato, per mesi il suo nome è stato pronunciato più dagli altri che da lui. L’intervista a Selvaggia Lucarelli segna il ritorno della sua voce nella narrazione, il racconto della propria versione dei fatti, perchè le storie vere sono quasi sempre più complesse delle semplificazioni che tanto piacciono ai social e ai tribunali dell’opinione pubblica che vuole avere sempre un colpevole perfetto. Molte cose si sapevano già, io l’ho conosciuto che faceva appunto il giornalista per MFF, ho ancora il suo biglietto da qualche parte. Mi fa specie che racconta alla Lucarelli non solo del perchè indossava sempre la famosa canotta bianca, ma anche di quando mandava curriculum ai giornali, cercando i colophon e i contatti… ma Fabio cavolo c’era il CHI E’ CHI, a saperlo te ne mandavo una copia! Con questa intervista, spiega, voleva “Chiudere il cerchio” per trovare un punto di pace con la propria storia, non necessariamente avere ragione. Tutti parlano di successi, rilanci e ripartenze, molto meno di chi sente il bisogno di chiudere un capitolo prima di aprirne un’altro. A volte occorre accettare che alcune vicende continuino ad essere raccontate dagli altri, ma ad un certo punto arriva il momento di riprendersi la propria voce.

Non è quello che cerchiamo tutti? Non il finale perfetto, ma la possibilità di guardarsi indietro senza lasciare conti aperti. E allora mi chiedo se non sia proprio questo il vero lusso contemporaneo, avere ancora il coraggio di inseguire un sogno quando nessuno ti obbliga più a farlo e continuare ad inseguirlo quando tutti pensano che sia arrivato oramai il momento di fermarsi. Il problema forse non è raggiungere il traguardo, ma capire cosa fare il giorno dopo.

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