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Mag 08 IL PREZZO DELL’OPINIONE (SPESSO NON RICHIESTA)

di Cristiana Schieppati

C’era un tempo in cui il giornalista cercava le notizie. Oggi, sempre più spesso, vende interpretazioni. Le newsletter a pagamento sono diventate il simbolo più evidente di questa trasformazione. Non si tratta più soltanto di strumenti di approfondimento o di canali paralleli all’informazione tradizionale: in molti casi sono diventate micro-editorie personali dove il valore non è la notizia, ma la firma. E soprattutto il punto di vista.

La premessa è semplice: “Pagami e ti dirò davvero come stanno le cose”. Una formula che sta cambiando il rapporto tra giornalismo, pubblico e informazione.

Fermi tutti, non sto facendo polemica, non sto criticando chi lo fa, sto solo dando la mia opinione, non richiesta forse, ma gratuita. Non sto parlando di siti strutturati, delle testate indipendenti o dei progetti editoriali con redazioni e verifiche. Qui il fenomeno è diverso: giornalisti che, spesso mentre lavorano ancora nei quotidiani o nelle televisioni, costruiscono una propria newsletter personale a pagamento, trasformando il lettore in un abbonato diretto alla loro opinione. Perchè , diciamolo, i giornalisti sono anche pagati poco, e un editoriale non ti permette nemmeno di fare la spesa alla LIDL, figuriamoci pagarti un pieno di benzina!

Se ci pensate è un passaggio culturale enorme. Per decenni il giornalismo ha vissuto su un principio preciso: il giornale era il luogo dell’informazione, il giornalista uno dei suoi interpreti. Oggi il giornalista diventa lui stesso il prodotto. Il brand. Il centro del racconto. La newsletter personale funziona perché crea un rapporto emotivo e diretto. Il lettore non compra più una pluralità di voci, ma sceglie “la sua”. Vuole sentirsi parte di una comunità ristretta, quasi privilegiata. Vuole entrare nella stanza dove qualcuno gli spiega il mondo senza filtri. Ed è qui che a mio avviso nasce la contraddizione.

Molti di coloro che lamentano la crisi dei giornali stanno contemporaneamente contribuendo a svuotarli. Perché se le analisi migliori, le riflessioni più personali, i retroscena e perfino il tono autentico vengono trasferiti nelle newsletter private, cosa resta al quotidiano? Spesso soltanto la struttura industriale, la fatica della cronaca e la velocità delle breaking news. Il valore di un collaboratore qualificato si sposta altrove. E con lui si sposta anche il lettore disposto a pagare. Il giornalista non ha più bisogno del giornale per costruire autorevolezza, usa il giornale come trampolino, poi monetizza direttamente il rapporto con il pubblico.

Naturalmente esistono anche aspetti positivi. Le newsletter possono offrire libertà editoriale, approfondimenti veri, scrittura più personale, indipendenza dalle logiche della pubblicità (all’inizio). Alcune sono eccellenti. Alcune riescono perfino a fare più cultura di certi inserti domenicali. Ma il punto non è la qualità del mezzo, il punto è ciò che sta diventando il giornalismo ( e questa sarà l’unica cosa che scriverò legata al Diavolo veste Prada 2).

Quando l’informazione gratuita si impoverisce e il pensiero viene riservato a chi paga, si crea inevitabilmente una frattura. Da una parte la massa che consuma notizie veloci e superficiali, dall’altra una minoranza che accede alle interpretazioni, ai contesti, alle vere chiavi di lettura. E si ritorna all’élite informativa ma in versione digitale.

Quindi il giornalista, per dirla alla Fagnani, non è più la belva assetata di informazione ma di fidelizzazione, trattenendo il suo abbonato attraverso la riconoscibilità del suo pensiero più che attraverso i fatti. Più che lettori follower paganti, logica da content creator, che costruisce attenzione attorno a sé. Una sovrapposizione quindi? Se la notizia diventa il punto di partenza per costruire una narrazione individuale ecco spiegato il motivo per il quale il giornale perde progressivamente centralità. Se le firme “forti” trattengono il valore aggiunto per farne un loro business la testata è un contenitore sempre più fragile.

E allora la crisi dell’editoria non è soltanto colpa dei social, di Google o dell’intelligenza artificiale. Forse una parte della crisi nasce dentro il giornalismo stesso, dentro la scelta di trasformare l’opinione in un prodotto premium e l’informazione in un livello base.
Quindi quando tutti monetizzeranno il proprio punto di vista, chi continuerà a fare il lavoro meno redditizio ma più necessario, quello di cercare semplicemente le notizie? Il problema non è guadagnare è naturale che chi produce contenuti di qualità venga pagato, ma il problema nasce quando il giornalismo smette di essere un servizio e diventa prodotto costruito attorno all’ego di chi lo firma.

Ma il mercato oggi premia spesso chi sa attirare attenzioni più di chi sa fare cronaca. Il MET GALA è diventato il simbolo perfetto di questa trasformazione., una gigantesca fabbrica di contenuti che evidenzia come oggi conti più la reazione del pubblico che l’evento stesso. E le newsletter personali a pagamento nascono esattamente dentro questa logica, non vendono la notizia del CHI VESTE CHI che tutti vedono gratuitamente online dopo tre secondi, ma vendono l’interpretazione esclusiva. “Ti spiego io cosa significa davvero” .

Le parole di Matilda De Angelis che ha vinto il David di Donatello ( era vestita Giorgio Armani), hanno colpito proprio perchè hanno toccato un nervo scoperto: la trasformazione della cultura nel nostro paese. Che, se mi permettete, non è solo “impoverimento culturale importante” collegandosi alla crisi del cinema e ai tagli del Governo. Quando lo Stato smette di considerare cultura e informazione come beni collettivi, il sistema si frammenta, le redazioni chiudono, il lavoro culturale diventa precario e chi ha un nome abbastanza forte cerca di salvarsi da solo.

Invece di rafforzare il sistema, nella moda in particolare, si costruiscono micro-comunità private attorno ai singoli nomi, trasformando la cultura in mercato puro dove sopravvive chi riesce a monetizzare la propria immagine e la propria community.

Non trasformiamo l’informazione in una performance personale ma lasciamola un bene collettivo.

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