Moda

Feb 19 JOHN JOHN KENNEDY E LE FRAGILITA’ DI UN’UMANITA’ NOSTALGICA

di Cristiana Schieppati

C’è qualcosa che sta succedendo, sotto la superficie scintillante delle passerelle, dei Giochi Olimpici, delle serie tv e dei social. In un momento storico in cui domina l’intelligenza artificiale, in cui tutto può essere generato, simulato, perfezionato, assistiamo paradossalmente al ritorno di una parola antica: nostalgia.

La nuova serie su John F. Kennedy Jr. e Carolyn Bessette, (i primi tre episodi me li sono divorati su Disney Plus), riporta in scena un’epoca in cui le icone erano ancora misteriose, non algoritmiche. Non c’erano stories, ma paparazzi. Non c’era l’AI, ma la pressione feroce della carta stampata. E infatti mi sono ricordata di quando Stefano Trovati lo aveva paparazzato a Milano e mi sono fatta mandare queste foto esclusive ” Kennedy veniva spesso in città ospite all Four Seasons Hotel e altre volte a casa di Paolo Cesana che era il manager che gli curava i media e la pubblicità per il suo giornale George. Una volta lo fotografai in un bar in viale Campania mentre faceva colazione, appena mi ha visto ha cercato di scappare prendendo un taxi al volo con il braccio alzato come si fa a New York, dimenticando che a Milano i taxi non si fermano così“. In città negli anni ’90 si vociferava che il figlio del presidente degli Stati Uniti più famoso al mondo e della donna più chic e iconica, avesse una storia con una signora “milanese”. Di John e Carolyn oggi ne riviviamo il glamour, la vulnerabilità, lo stile anni ’90, ma anche il destino infausto che li ha portati a morire in un incidente aereo nel pieno della loro bellezza e fama. Perchè oltre alla storia ne viviamo l’umanità.

Allo stesso modo, sul ghiaccio, la “debacle” di Ilia Malinin alle Olimpiadi di Milano-Cortina ha avuto un impatto che va oltre la classifica. Il “Quad God” che sbaglia, che non regge l’aspettativa, che mostra fragilità sui social. Io stavo male per lui, che potrebbe essere mio figlio, soprattutto nel comprendere attraverso i suoi repost di tiktok , che evidentemente dentro di lui c’era un dolore molto più profondo. Le sue cadute sono state l’irruzione dell’imprevedibile umano in un sistema che pretende perfezione. Quando un atleta così giovane viene trasformato in un mito ancora prima di diventare uomo, il rischio è che l’identità si confonda con la performance. Ma è in quel momento che ha offerto al suo pubblico una narrazione più vera, quella dell’invincibilità, ed è questo che rende la sua storia potente dentro il discorso sulla nostalgia. Non quella legata al passato sportivo, ma al tempo in cui un atleta era umano prima che un brand, in cui il talento non era contenuto in un algoritmo di engagement. La sua fragilità ci ha restituito il senso del valore.

Al centro della scena dei Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026 c’è anche Eileen Gu con due medaglie d’argento nello slopestyle e nel big air, la sua performance sportiva va ben oltre il medagliere. È diventata un simbolo generazionale di determinazione, autenticità e identità complessa: nata negli Stati Uniti, rappresenta la Cina e convive con critiche, aspettative e reazioni polarizzate. In una conferenza stampa ha respinto con ironia l’idea che le sue medaglie siano “ori mancati”, rispondendo che ogni podio è una conquista e non una perdita, una filosofia umanamente potente in un mondo ossessionato dai risultati. 

Poi c’è Federica Brignone che ci ha messo davanti alla maturità della resistenza e alla potenza della continuità: anni di lavoro, cadute, ritorni … una leadership silenziosa che ci lega al suo percorso, ricordandoci che il valore può essere ancora progressivo e non immediato.

Nel mondo della moda, lo sguardo contemporaneo sembra (finalmente) guardare all’umano dentro l’estetica. Prendiamo il caso di Pierpaolo Piccioli, recentemente nominato nuovo direttore creativo di Balenciaga. Dopo anni alla guida di Valentino, Piccioli sta reinterpretando l’eredità di Balenciaga con una visione che non è solo tecnica o estetica, ma emotiva: il suo racconto parla di connessioni, memoria, tessuti che “dialogano con il corpo” e cultura che interseca sport, quotidianità e sartorialità, ponendo al centro l’esperienza umana più che il mero estetismo. Per fare questo si è “portato dietro” come direttrice della comunicazione globale Francesca Nardi che aveva lavorato con lui alla Maison Valentino e il 7 marzo a Parigi ci sarà il debutto per loro con la collezione donna autunno-inverno 2026/2027.

In parallelo ad un immaginario sofisticato, la moda gioca il tema nostalgico anche con simboli popolari: ad esempio, la nuova borsa di Lidl ispirata visivamente ai carrelli della spesa ha travalicato l’umorismo per diventare, almeno nelle conversazioni social, un oggetto di valore cult, che mette in discussione idee di lusso, accessibilità e significato di “desiderabilità”. 

Le storie personali, infine, continuano a esercitare un potente richiamo al passato Nel libro “Una vita in rosa“, Anna Mascolo esplora i decenni che hanno trasformato l’Italia, dalla Milano da bere agli incontri con grandi nomi e icone della cultura pop, intrecciando fashion e memoria sociale in un racconto che è al tempo stesso individuale e collettivo. È proprio questa la dimensione in cui spesso ci ritroviamo: il passato come specchio del presente, che dà senso alle esperienze attuali, che affascina e risuona. 

Un’altra storia che parla di nostalgia e identità è quella del passaggio generazionale tra Anna Wintour e Chloe Malle, la prima intervista pubblica che hanno rilasciato al New York Times ha innescato discussioni molto accese su piattaforme come Diet Prada e altri osservatori del settore. Quello che è emerso è il contrasto fra i due stili: da un lato l’icona della rigidità, del potere sartoriale e della moda come istituzione culturale, dall’altro una direttrice giovane, più legata alle dinamiche digitali e alla trasformazione dei contenuti. Durante l’intervista infatti, Anna Wintour è intervenuta per correggere affermazioni della nuova direttrice in particolare sul tema del budget, priorità editoriali e struttura interna. Un altro passaggio importante di questo faccia a faccia è una riflessione sulla leadership femminile nel sistema moda. Wintour è stata una figura di potere in un’industria spesso guidata da uomini nei ruoli economici, Chloe propone un modello più collaborativo, meno autoritario. Non mi pare quindi che si parli solo di un avvicendamento editoriale, ma più di un sistema che sta cercando di capire come traghettare un’autorità costruita nel tempo dentro ad un mondo governato da velocità, AI e algoritmo. Ma ci pensate che una copertina di Vogue poteva cambiare una carriera, decidere cosa fosse rilevante e metteva la moda al centro ? Centro che oggi non esiste più perchè i social generano tendenze in tempo reale, i brand parlano direttamente ai consumatori. Forse è proprio questo che genera nostalgia, per un tempo in cui la linea editoriale era riconoscibile, coerente e frutto di una responsabilità culturale indiscutibile. La perdita di un centro produce vertigine per questo stiamo cercando gravità, qualcosa che non sia immediatamente sostituibile.

In questo ritorno di sensibilità umana si inserisce il film  Cime Tempestose, il romanzo di Emily Brontë, adattazione diretta e sceneggiata da Emerald Fennell, che esplora l’intenso e tormentato rapporto d’amore tra Heathcliff e Catherine, un legame ossessivo e distruttivo ambientato nelle brughiera inglesi. Io sono andata a vederlo da sola, certa che sarei stata circondata da donne … e così è stato. Due signore sedute vicino a me hanno sospirato tutto il tempo ad ogni apparizione di Jacob Elordi (dannatamente figo dico io !) e anche all’apparizione di Margot Robbie, talmente bella da non suscitare invidia. Certamente i personaggi di Heathcliff e Catherine non sono nostalgia rassicurante. Sono passione distruttiva, memoria che non si spegne, amore che sopravvive oltre il tempo e oltre la logica. In un’epoca governata dall’efficienza e dall’ottimizzazione, Cime Tempestose ci ricorda qualcosa di radicale: le emozioni non sono lineari, non sono performative, non sono migliorabili da un algoritmo. La polemica sul casting non riguarda solo la fedeltà al testo ma è un confronto tra due epoche: mettendo due attori cresciuti nell’era dello streaming, dei social e dell’immagine amplificata dai volti perfetti, si sceglie di parlare di passioni incontrollabili, sentimenti travolgenti che non sempre hanno il lieto fine. Se mi è piaciuto? Si moltissimo, belli i costumi, bello lui e, in fondo, riporta alla luce tanti amori tossici che finiscono con un femminicidio, l’amore uccide in molti modi.

Ho pensato così che forse la nostalgia non è regressione, ma una selezione. Tutti possiamo generare immagini perfette, ma quanti possono generare esperienze di vita vissuta? La nostalgia è quindi la prova che vogliamo restare umani, con le nostre imperfezioni. Non stiamo tornando indietro, ma stiamo decidendo cosa portare con noi.

(per le foto di John John Kennedy copyright @stefanotrovati)

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