«Il classico è qualcosa che non ha mai finito di dire quel che ha da dire», scriveva Italo Calvino. È da questa idea che prende forma la FW26 di Marco Rambaldi: un ritorno al classico italiano inteso non come canone immobile, ma come memoria viva, capace di riemergere nei momenti di crisi per parlare ancora al presente.
Ad aprire la sfilata è un gesto tanto semplice quanto radicale: l’abbraccio. Ornella Vanoni lo definisce “la cosa più bella che si possa avere tra due persone”, una cura. È lo stesso abbraccio che il valzer rese scandaloso e irresistibile, trasformando il contatto in libertà e poi in desiderio condiviso. Da questa rotazione intima e rivelatrice prende avvio il racconto della collezione.
La riflessione sul classico si muove tra due poli dell’immaginario italiano: da un lato Pier Paolo Pasolini con Teorema, dove il sacro irrompe nel quotidiano borghese e il corpo diventa rivelazione; dall’altro Paolo Villaggio con Fantozzi, che svela il tragico nel ridicolo e trasforma la mediocrità in archivio emotivo collettivo. Tra sacro e grottesco, l’uniforme borghese si fa feticcio e la divisa d’ufficio assume una dimensione quasi sacrale.
I codici sartoriali vengono sabotati con interventi minimi ma radicali: la costruzione interna di pantaloni, gonne e giacche è esposta, rivelata, trasformando la struttura in linguaggio. Le tradizionali stampe animalier si evolvono in una fauna eterogenea mascherata da dalmata, figura domestica e insieme arcaica.