Moda

Mar 23 NEW YORK: LA MODA SI FARA’ MANGIARE DALLA GRANDE MELA?

di Cristiana Schieppati

Per me c’è sempre stato un buon motivo per andare a New York. Che fosse per lavoro o per trovare nuove idee, sono sempre tornata da quella città carica di nuovi propositi. Per la prima volta la grande mela mi è sembrata veramente ammaccata ed è un segno del tempo che stiamo vivendo. Quando atterri dopo 9 ore di volo sai che sei in un altro mondo, un luogo che per molti ha rappresentato la speranza. Mia nonna paterna ad esempio, che abbiamo sempre chiamato Mary, ha vissuto tredici anni a New York, arrivando con la nave e restando quaranta giorni a Staten Island prima di essere ammessa in città. Il mio bisnonno era un insegnante di inglese e aiutava gli italiani emigrati negli Usa a imparare velocemente la lingua. Ho consultato online l’album di chi arrivava a quei tempi e ho trovato il suo nome. Mi raccontava di come quella città per la sua famiglia rappresentasse il futuro negli anni in cui l’Italia non poteva offrire posti di lavoro, il dopoguerra aveva lasciato il paese senza prospettive. Quando vedo New York penso sempre a lei e a tutti quelli che hanno trovato fortuna lì. Per anni ogni mio viaggio era la scoperta di questo mondo che si mescolava, culture diverse che insieme avevano creato una dimensione unica che offriva un lavoro, uno status e la possibilità di realizzare un sogno.

Da quando la droga è legalizzata, il profumo tipico delle patatine fritte e degli hot dog è stato sostituito da uno “sbanfo di Maria”, come dicevano le mie ragazze e i figli del mio compagno in viaggio con me, la stessa viene venduta per strada. Per la prima volta ho visto dei topi rovistare tra la spazzatura che si trova in ogni angolo, cosa inimmaginabile un tempo. Molti negozi come CVS e Duane Rade, che sono farmacie ma anche piccoli supermercati in cui puoi trovare di tutto, dal cibo al beauty, hanno i prodotti chiusi a chiave: rossetti, smalti, vitamine… per qualsiasi cosa devi chiamare la commessa. L’abbigliamento “locale” costa pochissimo, come Old Navy, Aeropostale, Levis, Victoria’s Secret, tutto prodotto in Bangladesh, Uruguay e ovviamente con sconti strategici su ogni acquisto in qualsiasi giorno dell’anno. Ti chiedono continuamente la mail per inserirti nella loro mailing list, in cambio ti offrono uno sconto o un omaggio immediato, in modo da garantirsi la profilazione e iniziare a tempestarti con proposte affinché tu ceda e torni a comprare. La Madison Avenue, dove dagli anni ’80 gli stilisti italiani si sono posizionati con una vetrina che permettesse loro di accedere al mercato statunitense, era deserta. La Trump Tower era circondata da tre boutique: Prada, Gucci e Moncler. Poco distante, Louis Vuitton ha rivestito il palazzo in costruzione con una gigantesca scenografia a forma di valigie monogram, un vero tempio di circa 16 piani che è un palcoscenico vivente dove il colosso del lusso sta costruendo un simbolo di potere culturale e mediatico.

Qualcosa è cambiato e si sente appena si atterra a New York. Non è solo il ritmo, non è solo l’energia: è la sensazione che la moda oggi non si limiti più ad esistere in questo paese ma che debba performare. Da una parte i marchi globali del lusso, dall’altra serrande abbassate e la presenza sempre più evidente di povertà urbana. Così mi chiedo se la moda sta conquistando l’America o è l’America che sta riscrivendo la moda?

Negli Stati Uniti tutto diventa contenuto. Tutto diventa storia. Tutto diventa virale. Lo dimostra il caso Timothée Chalamet: icona di stile, volto delle nuove campagne e presenza fissa sui red carpet. Non è stato un film a far discutere, ma una frase negativa sul balletto, percepita come superficiale, che ha acceso polemiche globali. Una gaffe trasformata in evento e meme sui social. Lo stesso vale per gli Academy Awards, sempre più sottotono nella sostanza e sempre più centrati sulla superficie. Outfit, momenti virali, reaction. Il cinema passa in secondo piano, sostituito dal flusso continuo di micro-narrazioni social.

Ho capito che in questo momento la moda trova proprio negli Usa terreno fertile: non deve più solo creare, deve intrattenere. Gli Stati Uniti sono il mercato più veloce, più ricco e più reattivo. Gruppi come LVMH e Kering lo sanno bene. Un manager molto importante mi ha detto che, in questo momento di crisi come non si ricordava da tempo, l’unico mercato che può salvare il settore sono proprio gli Stati Uniti. L’Europa conserva il prestigio, ma è l’America che genera volume, visibilità e immediatezza e in un sistema dove la visibilità è valuta, la scelta diventa quasi obbligatoria. Inoltre va considerato che la moda americana ha sempre avuto un tratto democratico: dal prêt-à-porter accessibile ai grandi department store. Quel modello oggi si è incrinato. I grandi player del lusso resistono, anzi crescono, i marchi fast fashion sopravvivono grazie ai volumi, ma tutto ciò che stava nel mezzo, brand contemporanei, boutique indipendenti, retail di fascia media, sta lentamente scomparendo. Un fenomeno che rispecchia la realtà economica della città stessa: un’inchiesta del New York Magazine su 60 professionisti newyorkesi ha rivelato come gli stipendi nella maggior parte dei settori non tengano il passo con l’inflazione, spingendo molti a destreggiarsi tra freelance, collaborazioni social e lavori multipli. Così, mentre i ricchi continuano a spendere e i consumatori più fragili cercano prezzi sempre più bassi, la middle class perde capacità di consumo stabile. La moda, che vive di aspirazione, si ritrova senza pubblico naturale: non più chi sogna di salire di livello, ma solo chi è già arrivato o chi resta escluso. E che si tratti del dog walker che non sa mai quanto guadagnerà in un giorno o dell’ingegnere in una startup AI il cui stipendio dipende dal valore delle azioni che possiede, oggi molti professionisti devono reinventarsi continuamente per far quadrare conti e carriera.

La contraddizione è particolarmente evidente a Canal Street, cuore pulsante del commercio informale di New York. Qui le strade sono letteralmente invase da imitazioni e falsi di lusso: borse, scarpe e accessori che riproducono fedelmente i modelli più iconici delle maison più prestigiose vengono venduti a pochi dollari, a portata di tutti. È un fenomeno che mette in luce due aspetti cruciali del sistema moda americano. Per chi lavora nella moda, questa dualità rappresenta una sfida quotidiana: creare desiderio in un pubblico che da un lato sogna e dall’altro può acquistare solo copie economiche. Il fenomeno dei falsi riflette anche la frattura economica della città: da un lato ricchi e turisti spendono migliaia di dollari per prodotti originali, dall’altro la middle class e i consumatori più fragili si accontentano di alternative low cost, alimentando un mercato parallelo che sopravvive grazie alla domanda diffusa. Paradossalmente, i falsi possono contribuire alla fama del brand: vedendo una borsa o un accessorio ovunque, anche se falso, il logo diventa iconico e desiderabile. Alcune maison accettano questa diffusione indiretta come una sorta di pubblicità, perché rafforza la popolarità del marchio, soprattutto tra chi non può permetterselo subito.

In questo contesto, la moda americana sembra sospesa tra due mondi: l’alta aspirazione dei grandi brand e la realtà quotidiana dei consumatori, dove la democratizzazione del lusso passa necessariamente dal falso e dall’accessibile, mostrando quanto sia complesso mantenere l’equilibrio tra esclusività, desiderio e accessibilità economica.

Nel frattempo in Europa e in Italia, la creatività dei designer continua a produrre narrazioni profonde. Alessandro Michele chiama la sua ultima sfilata “Interferenze”: “Le interferenze sono la moda”, spiega nel backstage a Chiara Bottoni di Milano Finanza. “Io stesso sono l’interferenza e quindi sono io che disturbo questa messa in onda e ciò che dà senso al mio lavoro. Disegno in una maison che non porta il mio nome ed è questa la tensione che produce ciò che vedete. Sono sempre con due piedi in due posti diversi”. Pellicce voluminose sintetiche, gonne drappeggiate, top di pizzo con bijoux, capispalla opulenti e pantaloni asciutti convivono in un equilibrio tra provocazione e eleganza, mentre la colonna sonora, con riferimenti a Sinéad O’Connor, riflette la complessità dei tempi e delle guerre in corso.

Make Fashion Great Again… cosa significa davvero? Il punto è capire cosa si sta perdendo lungo il percorso, perché il rischio è che la moda si trasformi in qualcosa di diverso da ciò che era. Significa chiedersi se la grandezza della moda risieda ancora nella visione, ricerca e cultura oppure sia stata definitivamente sostituita da visibilità, velocità e vitalità.

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