In questi giorni ho aspettato a scrivere una mia riflessione sulla morte di VALENTINO GARAVANI. L’ho fatto perchè volevo capire che racconto avrei visto attraverso tg, giornali, pagine Instagram, tik tok e social vari. Avevo ancora fresche le emozioni della morte di Giorgio Armani, la camera ardente buia illuminata dalle lanterne, così in contrasto da quella di Valentino, tutta bianca illuminata a giorno.
Due morti, due Italie, due modi di vivere il lutto. La loro morte, oltre a rappresentare la fine del made in Italy, quello fatto da stilisti che erano anche imprenditori di loro stessi è anche un confronto di stili. Se Armani ha inventato un’eleganza da vivere, Valentino ha costruito un’eleganza da ricordare. Il primo ci ha lasciato infatti l’idea che la moda possa essere quasi invisibile e per questo potentissima. Perfino il suo dopo è milanese, la sua collezione continua con un testimone che passa di mano senza melodramma. Valentino lascia un congedo da grande romanzo romano: la cultura, la società, l’aristocrazia.
Anche il loro ultimo ricordo è stato suggellato da una scenografia completamente diversa: Re Giorgio ha scelto un funerale in forma privata, “L’ultimo imperatore” ha scelto un’uscita di scena degna di un membro dell’aristocrazia, dove, purtroppo, abbiamo vissuto anche il lutto di chi non lo ha mai conosciuto.
Oggi va di moda il cordoglio per contatto indiretto, una forma nuova di lutto tipica del nostro tempo. Non piangi una persona ma l’eco di un riflesso. Non perdi un maestro ma l’immagine in cui ti sei riconosciuto, perchè una volta avevi indossato un suo abito, magari una sera avevi cenato nello stesso ristorante o avevi fatto una foto con lui, subito ripostata.
C’erano gli amici, gli amori, i professionisti della moda e i “testimoni di stoffa” quelli che raccontano Valentino partendo da sé “Quando ho indossato quel vestito…”. Valentino diventa un’esperienza personale e il vestito prova di legittimazione. Se l’ho indossato allora posso parlare, se mi ha vestito allora mi ha conosciuto, se sono stata fotografata allora c’ero. Ma Valentino, quello vero, era l’opposto di questa scorciatoia emotiva che si nutre di una biografia trovata su google ( e quanti sono andati in tv a commentare dicendo delle vere banalità). C’è stato qualcosa di profondamente romano e profondamente contemporaneo in quel funerale, la confusione tra presenza e appartenenza, tra aver partecipato e aver capito, tra indossare e conoscere.
Ci sono cose che non si possono raccontare solo perchè trovi del materiale su wikipedia o su chatgpt (salvo su tutti Mariella Milani e pochi altri), ma occorre averle vissute. Nel 2011 Barbara Vitti pubblicò un libro “Professione PR” nel quale raccontò con foto tratte dal suo archivio, la sua storia lavorativa che iniziò proprio con questi giganti del made in Italy.
Ho ritrovato il libro con una sua dedica in questi giorni in cui sto sistemando alcune cose personali e vi voglio riportare qualche passo sul suo primo incontro con GIANCARLO GIAMMETTI e Valentino. “Giammetti, un bell’uomo dai modi squisiti, cela dietro uno sguardo dolce e allo stesso tempo ironico, una volontà di ferro, una cura ossessiva per il particolare, una padronanza assoluta dei suoi collaboratori, dai quali presente l’ambizione della perfezione, dal taglio al tessuto, al bottone. Per imparare a conoscere il suo mondo Valentino mi fece assistere alle prove delle sue collezioni. Il primo anno della nostra collaborazione si rivelò difficile e molto impegnativo. Iniziai ad uscire dalla mia milanesità rigorista saggiando nuovi modi di comunicare che mi introducevano in un’atmosfera dove il savoir-faire aveva un’importanza imprescindibile. La mia alter ego a Roma era Daniela Giardina, intelligente e preparata più di chiunque altro (in Valentino da sempre era in prima linea ad accogliere gli ospiti durante la cerimonia funebre insieme a Noona Smith Petersen – ndr).”
Barbara Vitti continua ricordando che Giammetti, da sensibile imprenditore, intuiva che non si poteva solo vestire Jacqueline Kennedy o Marella Agnelli ma che si doveva mettere a punto una nuova comunicazione, il mondo stava cambiando e il prodotto Valentino doveva diventare meno elitario. Così nacque la linea Jeans che permise a milioni di ragazzi di possedere un capo firmato e qualche stagione dopo la collezione Oliver che proponeva un prodotto creativo ma a prezzo contenuto. Accompagnata da una pubblicità di Oliviero Toscani e da un ritorno a Voghera con una sfilata in piazza a cui parteciparono 14000 persone, la moda di Valentino fu la prima a dimostrare che anche i grandi nomi, a tempo debito, hanno bisogno di una comunicazione di massa. Questo evento colpì così tanto il mondo della moda che qualche mese dopo Yves Saint Laurent sfilò in occasione della festa organizzata dal partito comunista francese.
“Valentino? Il più signore. Quello che mi ha sempre colpito in lui era la sua estrema gentilezza. Quando lasciai Armani e andai a lavorare per lui capì perfettamente che avevo avuto un’altra scuola. Aveva un’arte speciale nel controllare le misure degli abiti. A occhio si rendeva conto immediatamente se un vestito era più lungo dietro che davanti, anche solo di mezzo centimetro” scriveva ancora Barbara Vitti. Mando un messaggio alla figlia Emma Averna per chiedere conferma ” Valentino era un mito assoluto, mi ha fatto l’abito da sposa ho ricordi bellissimi di quando andavamo nell’atelier per le prove e mia madre si fermava a parlare con Giancarlo. Hanno lavorato bene insieme, era molto rispettoso. Per far viaggiare le persone che lavoravano con lui non badava a spese. Lui frequentava veramente il jet set, mica quello che devi pagare. Pensa che una volta mia madre aveva bisogno di una sua foto con gli sci, sciava molto bene. Lui le mandò Roger Moore a portargliele in ufficio dicendole “Barbara cara verrà un mio amico a portartele che me le ha fatte, non è un professionista abbi pazienza è un amateur“… e lei si vide spuntare 007 ! ”
Pensate che per celebrare i trent’anni della Maison per recuperare i vestiti che Valentino non possedeva più pubblicarono delle inserzioni sui quotidiani chiedendo a chi avesse dei modelli del passato di riconsegnarli, in cambio ne avrebbero avuto uno nuovo. Ecco perchè dico che quel mondo non tornerà più.
Oggi abbiamo i social per comunicare, ma spesso trasformano ciò che nasce senza intenzione in una polemica senza spiegare ma amplificando. Nel corso della commemorazione, un momento che richiedeva silenzio, anche la comunicazione può inciampare ( di questi tempi gli errori di comunicazione vanno di moda…). Brunello Cucinelli intervistato al suo arrivo in Chiesa da Barbara Modesti per Rai1 ha raccontato come Valentino, quando acquistava in boutique, lo chiamasse per chiedergli lo sconto. Poche ore dopo GIANCARLO GIAMMETTI ha smentito con un post secco sul suo profilo Instagram “Valentino non lo ha mai conosciuto né chiamato”. Viviamo in un tempo che ha sempre bisogno di una polemica, basterebbe un po’ di indulgenza, Brunello è fatto così, parla in modo semplice e diretto, ma non credo ci fosse mancanza di rispetto.
Un meccanismo simile, ma su scala ben più emotiva e spettacolare, lo si è visto anche nelle vicenda che ha coinvolto Brooklyn Beckham e i suoi genitori. Al centro del racconto la sensazione di essere cresciuto dentro una “famiglia-brand” con tensioni anche sul famoso ballo con la madre Victoria al matrimonio con Nicola Peltz, e qui non si contano più i meme sui social !
Io la cosa più tenera che ho trovato in questi giorni sui social è Jacquemus che ha scelto come prima ambassador ufficiale la nonna Liline, un gesto affettivo e simbolico che sposta il focus dalle Celebrity alle radici di famiglia.
E di famiglia abbiamo parlato tra donne in una cena speciale in una casa in cui la memoria non è un ricordo, ma una voce ancora viva. C’era la perfetta padrona di casa che ha fatto un fioretto e non beve vino ma si assicurava sempre che i nostri bicchieri fossero pieni; la promessa sposa con l’anello di fidanzamento che brillava, ma non tanto quanto i suoi occhi; la pr specializzata in eventi che fa pilates alle 6,00 del mattino; l’esperta in pubbliche relazioni di alto livello che viaggia tra Milano e New York; l’imprenditrice e creativa che a mezzanotte ha detto “devo andare via” e tutte speravamo perdesse una scarpetta (anche due ) ; la donna della comunicazione che oggi, oltre al lavoro, ha scelto di mettere al centro una nuova vita costruita attorno a nuovi legami familiari.
Forse è proprio questo che resta: non i post, non le polemiche, non il bisogno di esserci a tutti i costi. Ma una cena tra donne senza bisogno di raccontare troppo. Alcune storie continuano a vivere così, forse Valentino resta proprio nell’eleganza silenziosa delle relazioni vere, nella memoria che non ha bisogno di essere raccontata per esistere.















Cara Cristiana,
Il tuo ricordo di Valentino è davvero il più bello, giusto, intenso fra quelli letti in questi giorni. Brava!
Mariella
Mariella grazie ❤️