Ci sono libri che compriamo e non leggiamo. Restano lì, sugli scaffali, eppure continuano ad avere un valore: rappresentano tutto quello che ancora non sappiamo, le storie nelle quali non siamo ancora entrati, le possibilità che non abbiamo esplorato.
È da qui che parte Alessandro Michele per Antibiblioteca, la collezione Valentino Primavera/Estate 2027 presentata ieri a Parigi nella Bibliothèque Sainte-Geneviève. Il riferimento è Nassim Nicholas Taleb che, in The Black Swan, racconta la sterminata biblioteca di Umberto Eco soffermandosi non tanto sui libri letti quanto su quelli ancora da leggere. E Michele trasferisce questa idea alla moda: perché un abito dovrebbe avere valore soltanto se viene indossato?
La domanda è interessante, soprattutto in un momento nel quale alla moda chiediamo continuamente di essere vendibile, comprensibile, desiderabile e possibilmente anche immediatamente fotografabile. Michele fa quasi il contrario: rivendica il diritto dell’abito di esistere anche come possibilità, immagine, desiderio, fantasia. E la sua Antibiblioteca è tutt’altro che silenziosa.
Corsetti di raso, gonne ricamate e bordate di piume, pizzi, trasparenze, plissé, fiocchi enormi, giacche dalle spalle importanti, pantaloni fluidi infilati negli stivali, gioielli barocchi, colori apparentemente incompatibili tra loro. Il cappellino da baseball compare anche sull’abito da sera. Il maschile passa dal preppy al bohémien, tra pois, animalier, paillettes e pantaloni dalle proporzioni generose.
È ancora il massimalismo di Alessandro Michele, ma qui il disordine è programmatico: l’armadio diventa come la biblioteca di Eco. Non dobbiamo necessariamente utilizzare tutto quello che contiene. È sufficiente sapere che esiste e che potrebbe, un giorno, diventare parte di noi. Anche gli ospiti sono entrati nel gioco. Michele aveva chiesto a ciascuno di portare un libro, nuovo o appartenente alla propria collezione. I volumi raccolti saranno destinati a biblioteche pubbliche di Parigi e di altre città attraverso Bibliothèques Sans Frontières e Fauvettes City Club.
Le letture della stampa italiana sono interessanti proprio perché non perfettamente coincidenti.
Michele Ciavarella sceglie una parola per interpretare la collezione: “possibilità”. Legge l’Antibiblioteca come un grande armadio nel quale gli abiti acquistano una vita propria, indipendente dal fatto che vengano realmente indossati.
Vogue Italia trova invece una definizione particolarmente efficace: la donna Valentino è una “intellettuale da dancefloor”. Una donna che potrebbe lavorare in biblioteca e vestirsi per andare a ballare, mescolando mondi che apparentemente non dovrebbero stare insieme. Il riferimento è Mary, la protagonista interpretata da Parker Posey nel film Party Girl del 1995.
Per ANSA la collezione è soprattutto libertà: colori accostati senza una logica apparente, gonne preziose con corsetti, ciclisti di pizzo con giacche anni Ottanta, cappellini da baseball con abiti da sera. Una sorta di “antimoda” che diventa una riserva gioiosa di possibilità.
Anche Il Sole 24 Ore mette in evidenza un punto interessante: al di là della costruzione intellettuale dell’Antibiblioteca, sulla passerella domina soprattutto il sexy, insieme a glamour, volant, fiocchi, bling e teatralità che appartengono al vocabolario Valentino.
Ma c’è anche chi vede proprio nell’idea degli “abiti che non indosseremo mai” una contraddizione. nss magazine offre la lettura più critica: si domanda se un guardaroba concepito come universo del possibile non rischi di diventare, molto concretamente, un guardaroba che il pubblico non desidera davvero indossare, mettendo in discussione la capacità di Michele di prendere le distanze dal proprio linguaggio creativo.
Ed è forse proprio qui che Antibiblioteca diventa interessante. Perché Michele sembra rispondere in anticipo alla domanda che accompagna ormai quasi ogni sfilata: ma chi se lo mette? Forse nessuno o forse qualcuno, ma non è questo il punto. Come un libro comprato e mai aperto, un abito può continuare a suggerirci una vita diversa da quella che stiamo vivendo. E in un momento in cui alla moda viene chiesto soprattutto di vendere, Alessandro Michele sceglie di ricordarci che il suo mestiere è anche un altro: farci immaginare.