Ci sono oggetti che non si limitano ad occupare spazio ma custodiscono tempo. Un tavolo, una sedia, un armadio non sono mai solo design ma sono biografia, memoria che prende forma e resta anche quanto tutto il resto cambia. Della mia prima casa da bambina ricordo la camera da letto mia e di mia sorella con i lettini uguali separati da una biblioteca, il “Secretaire” nero che quando partivamo per un lungo periodo mia madre ricopriva con un vecchio lenzuolo per non fare impolverare l’argenteria, mobile che ancora oggi mi accoglie nella sua casa milanese all’ingresso.
Della seconda abitazione, quella che mi ha custodito dai 6 ai 27 anni ricordo tutto, l’arredo anni ’80 con moquette bordeaux e mobili laccati su misura, il mobile alto in legno antico con lo sportello a ribalta che fungeva da mobile bar, gli spazi aperti che si aprivano su due piani e la mia prima camera tutta per me con il vano porta cuscini, la scrivania per fare i compiti, le mensole per i libri. Della mia prima casa da sposata ricordo l’armadio su misura che avevo disegnato io e fatto produrre da un bravo artigiano e il tavolino basso il legno massello posizionato davanti al divano che spesso diventava il posto dove cenare velocemente la sera davanti alla tv. Della mia casa attuale amo la moderna libreria di Lema e il finto camino che arredo a secondo delle stagioni. Nella casa al mare mi incanta l’armadio a tromp l’oeil che abbiamo fatto dipingere all’ingresso e che sembra una libreria con tanti libri e oggetti. Della casa della nonna ricordo la camera che mi ha lasciato in eredità e che ora arreda la stanza da letto in campagna, ogni volta che sono lì apro un cassetto e ci ritrovo la mia infanzia, con quel profumo di naftalina che è rimasto imprigionato nel legno.
Il design, nella sua forma più autentica, non nasce per essere nuovo ma per essere riconosciuto. Oggi si parla molto di “reference”. Spesso la si confonde con la citazione, con il rimando estetico, con un déjà-vu. Ma per me è qualcosa di più profondo: è un fatto relazionale. È il modo in cui un gesto ritorna, un dettaglio sopravvive, un oggetto attraversa il tempo senza perdere significato. Le case dove ho vissuto, tutte, sono state archivi viventi, ogni mobile una scelta, ogni scelta una memoria. C’è una parola che oggi attraversa tutto ed è “sense making” dare senso. Non basta progettare qualcosa che funzioni, deve raccontare, appartenere, risuonare. Un oggetto non è riuscito quando è bello, ma quando qualcuno lo riconosce come proprio. E’ qui che moda e design si incontrano.
In occasione della Giornata Nazionale del Made in Italy 2026, Camera Nazionale della Moda Italiana ha presentato Grand Tour. Viaggio attraverso le Accademie delle Arti e dei Mestieri, un film documentario dedicato alla formazione e alla trasmissione del sapere nel sistema moda italiano dove è ben chiaro che il lusso oggi è tempo incorporato. Ho scoperto che dentro ad un abito Brioni, ad esempio, ci sono settemila passaggi di un ago che attraversa un tessuto. Un gesto antico, quasi invisibile, che contiene tempo, attenzione e silenzio. Lo stesso che gli artigiani di Tod’s fanno sempre vedere durante gli eventi del brand, Diego Della Valle insiste su questo: il tempo di produzione è valore. Qui non si parla di “fast fashion” appunto, ma di tempo come materia.
Il mio collega e amico Fabio Gibellino, seduto al mio fianco durante la visione del documentario, non so perchè mi ha parlato dell’uovo centenario che io non conoscevo. E’ una preparazione della cucina cinese, un uovo che viene conservato per settimane o mesi in una miscela di argilla, cenere, sale e calce e il tempo non lo conserva soltanto, ma lo trasforma. L’albume diventa scuro, quasi trasparente, il tuorlo si fa cremoso, intenso, completamente diverso da ciò che era all’inizio. Non è più un uovo ma qualcosa d’altro. Ed è questo il punto. Il design più potente funziona allo stesso modo, non è veloce ma un processo invisibile, come certi oggetti che all’inizio non capisci ma che dopo anni diventano indispensabili, non perchè servono, ma perchè hanno attraversato il tempo insieme a te.
Se il design è memoria, se è tempo che si deposita, allora oggi c’è qualcosa che stride. La Design Week, quella che dovrebbe essere il luogo del senso, della ricerca si è trasformata nel suo opposto. Una corsa agli aperitivi, ai gadget, alle foto social e alle file per dire “io c’ero”. Per questo mi ha colpito il progetto Insieme di Sabato De Sarno presentato insieme a Simone Marchetti direttore di Vanity Fair. Dopo la sua esperienza da Gucci De Sarno, ha scelto di allontanarsi (per ora) dalle passerelle per tornare a qualcosa di più essenziale, il lavoro degli artigiani. Insieme mette al centro le loro mani, i gesti, le storie . Non il designer ma la produzione, non l’immagine ma il tempo. Un racconto corale che si configura anche come riflessione sul valore del processo produttivo e sull’importanza di tramandare saperi artigianali preziosi, spesso dimenticati.
Eppure, esserci non è sinonimo di capire. Ed è proprio questa distanza che rende ancora più significativo un percorso come quello di Insieme, dove ogni oggetto invita a fermarsi, osservare e comprendere. Una distanza emersa con evidenza anche alla prima milanese de Il Diavolo veste Prada 2, dove a mancare erano proprio loro, gli attori, sostituiti da una folla di influencer e presenze costruite, più interessate a esserci che a interrogarsi sul perché. Moda e design oggi condividono la stessa ossessione: lavorare su una materia invisibile, l’identità. Ma cosa accade quando tutto diventa immediato, fotografabile, condivisibile? Il rischio è che quella stessa identità si svuoti, diventando superficie. E allora non siamo più capaci di riconoscerla.
I grandi gruppi del lusso lo hanno capito prima degli altri, Kering, tra tutti, sta ridefinendo il concetto stesso di lusso, non solo esclusività o prezzo ma coerenza, responsabilità e durata. Il lusso non deve essere ciò che costa di più ma ciò che resiste di più. Seguo da poco Mattia Berveglieri, detto il “detective del tessile” imprenditore di Castelfranco Emilia con un’esperienza ventennale nel settore, oggi osservatore molto seguito sui social, dove analizza dinamiche di consumo, branding e percezione del valore. Le sue riflessioni spiegano bene che oggi non paghiamo più un oggetto per quello che è ma per quello che rappresenta, paghiamo la percezione, il contesto, il racconto ma non il tempo che contiene. E qui torna il punto: se il lusso è tempo incorporato allora qualcosa si è incrinato perchè abbiamo iniziato a pagare per avere superficie invece che profondità. Un oggetto costa non perchè è stato fatto lentamente, ma perchè può essere mostrato velocemente.
L’arrivo di RH a Milano è stato costruito come un gesto di potenza. Un palazzo ottocentesco di oltre 7000 metri quadrati, sette livelli, biblioteca, ristorante, giardino, lounge. Per l’inaugurazione corso Venezia è stato chiuso al traffico, fiumi di champagne, violiniste alle finestre. E tra quella folla indistinta di invitati che si muoveva tra sushi e contenuti da produrre mi è apparso il cortocircuito. Dentro questa macchina spettacolare il design è diventato una scenografia da attraversare velocemente più che da comprendere. Tanto da vedere e poco tempo per capire. Non è una critica all’evento ma una domanda sul sistema.
Il design per me somiglia di più a un gesto semplice, pensate ad esempio a quello di un parrucchiere. Io per fare un biondo naturale mi affido alle preziose mani di Mila, resto quattro ore seduta nelle comode poltrone di Davide Diodovich, per poi passare alla piega di Alessandro o Giulia che riescono a farmi “dritta ma mossa”. Sì, è costoso. Ma se voglio quel risultato, se voglio sentirmi diversa e bene con me stessa, non posso affidarmi al caso. Il parrucchiere oggi è quasi un bonus emotivo: non è solo estetica è un rituale. È un luogo in cui l’identità si costruisce un gesto alla volta. E quando esci, qualcosa è davvero cambiato. Forse la moda dovrebbe tornare lì. Non nel prezzo, non nell’abito in sé, ma nell’effetto che produce. Perché alla fine non importa quanto ho speso, ma se quello che ho scelto riesce davvero a farmi stare bene, a farmi sentire più me stessa.
In queste giornate, complice la trama del sequel del Diavolo veste Prada ( no spoiler) ci si interroga spesso se il giornalismo di moda sia morto. Se seguite la mia tesi, io penso che sia una delle poche cose che può ancora resistere. Perché in un sistema che accelera tutto, qualcuno deve ancora fermarsi a capire. Il giornalista non deve mostrare tutto, ma scegliere cosa ha senso raccontare. Ed è proprio oggi, quando tutto si consuma in un istante, che torna ad essere necessario. Non per competere con i content creator, ma per fare ciò che loro non possono: dare profondità, costruire memoria e restituire significato. Oggi il valore non è nell’immagine che resta, ma in ciò che, dopo aver visto, continua a lavorare dentro di noi.










