Moda

Giu 26 FACCIAMOLO LENTO

di Cristiana Schieppati

Lo dice con voce sensuale Belen in Ossessione di Samuray Jay  “Facciamolo lento, stiamo correndo un po’ troppo ” e, a sorpresa è probabilmente il consiglio più sensato che abbia sentito negli ultimi tempi. Viviamo nell’epoca del “tutto subito”: “Mamma ho fame! Ok preparo subito! e poi la Breaking news da diffondere subito, il commento, il reel dell’evento che deve essere immediato, un post…

E invece no, ora basta! Facciamolo lento, assaporiamo le cose, osserviamole, ridiamoci sopra. Giudichiamo una persona in dieci secondi, un look in una story e una collezione in un reel. Consumiamo tutto velocemente: le notizie, le emozioni, le persone. E invece questa Milano Fashion Week Uomo mi ha ricordato una cosa semplice, che l’eleganza non ha mai avuto fretta.

Dopo stagioni passate a convincerci che tutto fosse genderless, destrutturato, decostruito, ricostruito e probabilmente anche spiegato da un filosofo nordico, quest’anno ho avuto un’illuminazione. Un uomo in una giacca perfetta, un bel cappotto, una scarpa fatta bene, un dettaglio curato… continua a essere infinitamente più seducente di qualsiasi effetto speciale. L’uomo elegante è tornato finalmente e speriamo di vederlo finalmente camminare per strada e non solo nelle campagne adv.

Possiamo reinventare il guardaroba maschile mille volte, ma quando passa un uomo con l’eleganza di Ralph Lauren…. Naturalmente, non mi sono fatta scappare la sfilata anche perché Valentina Aiello, che ormai riesce a esaudire ogni mio desiderio nemmeno fosse il Genio della Lampada, mi aveva lanciato l’esca perfetta: “Ci saranno Maluma e Lewis Hamilton.” E diciamocelo, per noi ragazze rappresentano un po’ quel “malessere” che, ogni tanto, fa anche bene. Sono arrivata convinta che avrei passato il tempo a cercare di fotografare loro e invece Ralph Lauren mi ha ricordato una cosa che spesso dimentichiamo: il fascino non è solo una questione di volto famoso, ma un modo di stare al mondo.

È il signore con il blazer blu e i capelli brizzolati che cammina con sicurezza, il ragazzo con una camicia di lino portata senza ostentazione, quell’eleganza rilassata che non chiede attenzione, ma la ottiene comunque.

Maluma e Lewis Hamilton restano due splendidi esemplari della categoria “batticuore”, su questo non si discute, soprattutto dopo aver visto lo smeraldo al dito del cantante colombiano ( a proposito vi ho detto che la Colombia è di moda? Fateci caso), ma la vera sorpresa è stata uscire dalla sfilata pensando che Ralph Lauren, ancora una volta, ci aveva ricordato una verità semplicissima: quando passa un uomo vestito bene continuiamo ancora tutte a girarci.

A Pitti alla cena imperdibile di BRUNELLO CUCINELLI mi sono imbattuta in Paul Anthony Kelly, anche li non sai mai se avere la faccia tosta di Giorgio Martelli o restare un po’ sulle tue ed aspettare il momento perfetto per una foto. Ma dato che sono una Signora nel pieno della vita mi sono detta che se chiedevo a Vittoria Mezzanotte ed a Carolina Cucinelli di intercedere per me tipo i Santi in Paradiso, magari un selfie lo potevo fare. Così ho fatto la foto di rito approfittando di Vittoria che, mi sono detta, sarà abituata perciò mi farà un po’ di scatti… e niente due foto di cui la seconda è uno scatto che si commenta da solo….ahahah..

Nel frattempo la politica ci regala momenti che nessun autore avrebbe il coraggio di scrivere. Emmanuel Macron accoglie Giorgia Meloni al G7 mettendo come colonna sonora la canzone  Felicità di Al Bano. Io mi sono permessa di commentare che per noi italiani quella canzone è un po’ trash, che l’Italia merita qualcosa di moderno… e subito Yari Carrisi mi ha risposto parlandomi della musica del padre. Macron avrebbe potuto scegliere qualsiasi brano italiano. Ha scelto Felicità e, a pensarci bene, non è un caso perchè se chiedete a un francese di canticchiare una canzone italiana è molto probabile che inizi proprio da lì: Felicità…. Perché in Francia l’Italia sonora è fatta così: FelicitàVolareL’ItalianoSarà perché ti amoTi amoAzzurroGloriaCon te partirò, una playlist da cartolina, spaghetti e sentimento. Ricordo ancora quella volta che Al Bano ospite all’ Hotel Baglioni di Milano (ora è il The Carlton di Rocco Forte), si intrufolò ad un mio evento organizzato con la mitica Titti Pedone e tutti noi iniziammo a cantare proprio la sua canzone . .. questo si che era veramente “cringe” come dicono le mie figlie ogni volta che le metto in imbarazzo facendo la boomer.

Se parliamo di notizie felici allora vorrei fare gli auguri ad Alessia Maurelli che si è sposata settimana scorsa, lei è una delle farfalle campionessa della ginnastica ritmica pluripremiata alle olimpiadi, e premiata pure lo scorso anno con il CHI E’ CHI Sport & Stile. Ovviamente Alessia ha lanciato il bouquet come fosse la palla in pedana: altezza, traiettoria, controllo e probabilmente anche un 9.8 di difficoltà.

Avete visto Brooklyn Beckham, che in una pubblicità fa la battuta sui Mondiali di Calcio dicendo che li guarda da casa lanciando una frecciatina a mamma e papà? Dicono che la vendetta sia un piatto da servire freddo, ho adorato anche se continuo a non capire le dinamiche del loro litigio, più che altro spero che in tutto questo le famose galline dei Beckham non abbiano preso posizione: sarebbe un peccato dividere anche il pollaio.

A proposito di cose che continuo a non capire. Ogni anno, con la puntualità delle zanzare d’estate, arrivano messaggi più o meno velati: ” Ho una carriera lunghissima…”, “Ho sostenuto il premio…”, “Forse quest’anno…”. Ecco, posso dirlo senza fare polemica? Autocandidarsi a un premio mi ha sempre fatto un po’ sorridere, ma soprattutto mi ha sempre messo in grande imbarazzo. È come applaudire se stessi alla fine di un discorso o prenotarsi un complimento. Si può fare, certo, ma credo che il riconoscimento più bello sia quello che arriva quando non lo chiedi, quando qualcuno nota il tuo lavoro senza che tu glielo ricordi. Forse dipende da come sono fatta io. Non mi è mai venuto naturale chiedere un premio, suggerire il mio nome o ricordare a qualcuno quello che ho fatto. Ho sempre pensato che, se un lavoro lascia davvero il segno, prima o poi sarà qualcun altro a notarlo. Lo so, non tutti sono fatti così. C’è chi considera normale proporsi, raccontarsi, candidarsi. Io continuo a preferire un’altra strada, più lenta, forse, ma spero anche più elegante.

Tra le cose che, invece, mi fanno davvero piacere c’è una notizia che aspettavo da tempo: il ritorno delle commedie romantiche anni 2000. Ridateci due persone che si innamorano a Notting Hill! Dopo anni di serial killer, true crime, zombie e apocalissi di ogni genere, ho voglia di rivedere due persone che si incontrano, si innamorano e ci ricordano che, forse, perché anche l’amore, quello vero, non nasce da uno swipe, non si misura in una chat e non si consuma in una notte. Ha bisogno di tempo, di sguardi, di attese. E forse, dopo tutta questa fretta, abbiamo tutti un po’ nostalgia di storie che ci facciano semplicemente sorridere, guardatevi Messaggi per Isabelle su Netflix e fatevi anche voi un piantino e un ballo finale di felicità.

Con questo caldo, non potendomi permettere il salvagente di Louis Vuitton da 3400 euro che probabilmente avrei se fossi la felice proprietaria di uno Yacht Sanlorenzo e quindi non dovrei lavorare per arrivare a fine mese, propongo una piccola rivoluzione: dalle 14 alle 16, siesta obbligatoria. Vietate le call, vietate le mail, vietato scrivere “Hai un minuto?”, perché sappiamo tutti che quel minuto dura almeno quarantacinque. In fondo, nei Paesi latini la siesta non è mai stata un capriccio, ma un modo intelligente di rispettare il ritmo della giornata: quando il sole rallenta tutti, rallenti anche tu. Gli spagnoli lo sanno da sempre e Ernest Hemingway lo aveva raccontato benissimo nei suoi libri ambientati in Spagna, dove il tempo sembra fermarsi nelle ore più calde e la vita riprende solo quando il sole concede una tregua. Forse abbiamo scambiato la frenesia per efficienza. Io, invece, quest’estate voto per il diritto alla siesta. Anche perché, diciamolo, nessuna grande idea è mai nata durante una call fissata alle tre del pomeriggio con 38 gradi all’ombra.

Forse il problema non è la lentezza. È che abbiamo imparato ad associarla all’attesa. Quando aspetto io di solito significa che c’è un cliente che deve confermare un progetto, un professionista che deve risolvermi un problema, un invito che non arriva o un telefono che non squilla, un bonifico che non si palesa. Insomma, sono quasi sempre piccole grandi seccature.

Da oggi, però, vorrei provare a cambiare prospettiva. Vorrei che la lentezza non fosse più quella delle cose che non succedono, ma quella delle cose belle che finalmente mi concedo di vivere. Una cena che si allunga, una passeggiata senza guardare l’orologio, un uomo elegante che passa per strada, una chiacchierata, una risata, un tramonto, una canzone. Perché forse il lusso più grande non è avere più tempo, ma accorgersi di averlo.

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