Negli ultimi giorni mi è capitato di attraversare mondi apparentemente lontanissimi tra loro.
Da qualche settimana mi ritrovo a seguire ogni giorno le avventure di Nicola Torrisi sul profilo @befric. Lui e la sua compagna stanno attraversando il mondo in van, condividendo paesaggi, imprevisti e piccole conquiste quotidiane come trovare acqua o benzina in Kazakistan. E mi sono chiesta perché migliaia di persone, me compresa, restino incollate a quei racconti. Forse perché rappresentano qualcosa che molti sognano: la libertà di scegliere il proprio tempo. E poi perchè in fondo rivedo mio padre quando partiva per una delle sue spedizioni, a volte anche con noi al seguito e i problemi erano esattamente gli stessi. Mi piace vedere che la popolazione è sempre gentile e disponibile ad aiutare, soprattutto nei paesi più poveri, una forma di solidarietà tra persone che non hanno nulla ma che sono felici di condividere le poche cose di cui dispongono.
Accendo la tv, e mi trovo Brad Pitt che mi fissa senza dire nulla. Nessun effetto speciale, nessuna provocazione, nessuna corsa a stupire. Solo lui protagonista della pubblicità di Trade Republic, società fintech tedesca, e funziona alla grande perché in un’epoca in cui tutti cercano disperatamente di attirare l’attenzione, esistono ancora persone che non hanno bisogno di fare nulla. La loro storia, la loro credibilità e il loro percorso parlano da soli. Brad Pitt è il messaggio… e devo dire un gran bel messaggio.
Nel frattempo, quasi senza accorgermene, sono caduta anch’io in una piccola ossessione collettiva: Off Campus. Una serie che sta conquistando migliaia di persone e che, a prima vista, sembrerebbe l’ennesima storia d’amore per adolescenti. Ho iniziato con l’intenzione di guardare una puntata per capire di cosa parlavano tutti. Ore dopo ero ancora lì a chiedermi se quel figo di Garrett Graham (interpretato da Belmont Cameli) avesse fatto la cosa giusta, come se il destino dell’umanità dipendesse da quello. A prima vista sembrerebbe una classica storia d’amore per ragazzi ma in realtà è una trappola perfetta per adulti convinti di essere immuni alle storie sentimentali. Perché a un certo punto ti ritrovi a tifare, soffrire, sorridere e a pensare che forse la ragione del suo successo sia molto semplice: in un mondo pieno di relazioni complicate, vedere due persone che si piacciono, litigano, sbagliano e poi si parlano è diventato quasi fantascienza, ci ricorda quanto sarebbe bello se ogni tanto le cose fossero un po’ più semplici.
Ora voglio vedere il primo che mi porta i protagonisti della serie alla Milano Fashion Week perchè sappiate che io sono pronta ad incontrare Paul Anthony Kelly (il John John Kennedy più figo del vero) a Firenze alla cena di Brunello Cucinelli, pronta a dimenarmi come Chiara Ferragni nella Casita di Bad Bunny!
A proposito della Casita, in un momento in cui tutti parlano di community, Bad Bunny è riuscito a darle una forma concreta. La sua Casita è il simbolo di una nuova forma di appartenenza: non compri un biglietto, entri in una storia. È lo stesso meccanismo che rende irresistibile una serie come Off Campus: non guardi semplicemente dei personaggi, vuoi vivere nel loro mondo.
E forse è proprio questa la grande novità di oggi. I brand, gli artisti, le serie tv e persino gli eventi di moda non vendono più prodotti o spettacoli. Vendono universi nei quali le persone desiderano entrare, anche solo per qualche ora. E se una volta sognavamo di visitare Hollywood, oggi facciamo la fila per entrare nella Casita di Bad Bunny e usciamo con la sensazione di aver fatto parte di qualcosa che racconteremo agli altri, ricordando a tutti qualcosa che avevano dimenticato: il gioco, la nostalgia, la leggerezza. Lo stesso motivo per cui ho sorriso guardando le fotografie dei colleghi sulle montagne russe degli Studios, in una giornata di svago durante la permanenza a Los Angeles per la collezione Zegna. E’ bello quando per qualche secondo spariscono ruoli, titoli, responsabilità e strategie e restano solo facce buffe, urla e risate (tranne Michele Ciavarella impassibile e composto).
La stessa sensazione l’ho ritrovata pochi giorni dopo a Modica, in occasione della sfilata di Brunello Cucinelli. Dopo appuntamenti, trasferimenti, incontri e racconti di collezione, a un certo punto ti ritrovi in piscina con gli stessi colleghi che poche ore prima discutevano di tendenze, mercati e strategie aziendali. E improvvisamente tutto torna normale. Si scherza, si ride, si commenta il tramonto, ci si racconta la vita vera. È in quei momenti che ricordi che dietro ogni firma, ogni direttore, ogni manager, ogni imprenditore, c’è semplicemente una persona. E forse è proprio questo il privilegio più bello di questo lavoro: vedere le persone quando smettono per un attimo di interpretare il proprio ruolo e tornano a essere se stesse.
Io e Lavinia Farnese ci siamo concesse una riflessione che avrebbe fatto impallidire qualsiasi responsabile delle risorse umane: e se il vero lusso fosse lavorare dalle 9 alle 17 in spiaggia? Per qualche ora ci siamo immaginate una vita fatta di orari normali, mare davanti, tramonti siciliani e telefono rigorosamente dimenticato da qualche parte (in realtà sempre presente).
E forse è questo il paradosso della nostra epoca: passiamo la vita a cercare l’eccezionale e poi scopriamo che ciò che desideriamo davvero è qualcosa di incredibilmente semplice. In una Sicilia che sembra sospesa nel tempo, la sfilata Mediterranea di Brunello Cucinelli ha raccontato ancora una volta un’idea diversa di lusso. Un lusso che non ha bisogno di correre, che trova valore nelle persone, nei luoghi, nell’artigianalità, nelle storie, nell’entusiasmo delle persone affacciate ai balconi, vestite bene, che si sono sentite parte di quel contesto unico e privilegiato.
Lo stesso sentimento che ho ritrovato poche ore dopo a Roma, durante un Gala organizzato da Massimo Leonardelli nella straordinaria cornice del Casino dell’Aurora. Una serata nata per l’associazione To. Get. There, un titolo che già da solo contiene una domanda e una risposta: come si arriva da qualche parte? Li mi sono ricongiunta con la “mia” Rita Camelli e con Matteo Marzotto e la sua Nora Shkreli, ovviamente sempre la più bella di tutte.
Durante la serata ho ascoltato anche la storia di Remon Karam, che ha ricevuto un premio e confesso che, in mezzo a tante conversazioni sul futuro è stata quella che mi è rimasta dentro più di tutte. Remon è arrivato in Italia dall’Egitto a soli 14 anni, dopo un viaggio drammatico attraverso il Mediterraneo. Oggi è laureato (ha 2 lauree), attivista per i diritti umani e porta la sua testimonianza nelle scuole, nelle università e nelle istituzioni. Per lui “arrivare” non ha significato conquistare una posizione o un riconoscimento, ma ha significato sopravvivere, ricominciare, trovare persone che gli tendessero una mano e avere il coraggio di costruirsi una nuova vita.
Al mio tavolo c’erano Matteo Ward e suo marito Lodovico Crisi, entrambi vivono a Roma. Abbiamo parlato di sostenibilità, dei progetti che verranno, delle sfide che ci aspettano nei prossimi anni e poi, inaspettatamente, di cavalli, una passione che Lodovico conosce bene avendo dedicato una parte importante della sua vita all’equitazione. Ma come spesso accade nelle conversazioni più riuscite, il tema più interessante è arrivato senza essere cercato e abbiamo finito per parlare di amore. Non quello raccontato dai social, non quello esibito o spiegato, ma quello quotidiano, fatto di complicità, sostegno reciproco, piccoli gesti e progetti condivisi.
Guardandoli e ascoltandoli mi sono ritrovata a pensare a quanto, in fondo, l’amore dovrebbe essere semplice. Due persone che scelgono di percorrere la stessa strada, continuando a costruire qualcosa insieme e forse la vera sostenibilità, alla fine è anche questa: far durare nel tempo ciò che conta davvero. E poi le risate quando Frida Giannini, che riesce a infilare una parola in inglese ogni due frasi con una naturalezza disarmante, ha vinto ben due premi alla lotteria benefica della serata. L’invidia generale si è scatenata quando si è aggiudicata una splendida coperta in puro cashmere Brunello Cucinelli. Poco importava che fuori ci fossero trenta gradi: nel giro di pochi minuti Frida se l’era già avvolta addosso con l’eleganza di chi è pronta a trasformare qualsiasi occasione in una sfilata. Del resto, lo stile non conosce stagioni (e nemmeno temperature).
In questi giorni c’è anche stata una notizia che probabilmente interesserà a pochi, ma che io ho letto con un sorriso. Lo stilista Christopher Bailey e un gruppo di investitori hanno acquisito lo storico marchio inglese di ceramiche Burleigh Pottery, salvandolo dal fallimento e garantendo la continuità produttiva nello stabilimento vittoriano di Middleport Pottery. Per molti sarà una notizia di economia o di industria ma per me è qualcosa di più. Le ceramiche che uso nella mia casa al mare sono proprio Burleigh. Quelle imperfette al punto giusto, con quei disegni che sembrano appartenere a un’altra epoca e che riescono a rendere speciale anche una semplice colazione. Sapere che continueranno a essere prodotte mi ha ricordato che non tutto deve necessariamente essere sostituito da qualcosa di nuovo, alcune cose meritano di essere custodite, tramandate e protette, come le storie più belle.
A questo punto qualcuno starà pensando: “Che bel lavoro”. E in effetti lo è ma come sempre, per ogni evento che racconto ce ne sono altri dieci che restano fuori dall’articolo. Ho lasciato indietro presentazioni, cene, inaugurazioni, conferenze e persino l’arrivo a Milano di Jonathan Bailey per Martini. E ammetto che una piccola nota di colore me l’ha lasciata: pare abbia trovato il tempo di fare foto solo con Simone Marchetti. Ora, capisco il fascino britannico, capisco la concorrenza, capisco tutto, ma un minimo di solidarietà professionale sarebbe stata apprezzata. Diciamo che non sono gelosa, sto semplicemente aspettando il mio turno..da parecchio.
Se c’è una cosa che mi porto a casa da queste settimane è che, in fondo, tutti stiamo cercando la stessa cosa. Che si attraversi il mondo in van, si costruisca una community da milioni di persone, si insegua un sogno dopo aver attraversato il Mediterraneo o si presti semplicemente il volto a una pubblicità perfetta, il desiderio è sempre lo stesso: trovare un posto in cui sentirsi accolti, una storia della quale sentirsi parte e persone con cui condividerla. Il resto, i follower, i premi, le sfilate, i successi è solo contorno. Se poi tra quelle persone c’è qualcuno che assomiglia a Belmont Cameli, ammetto che il viaggio diventa ancora più interessante.














