Moda

Ott 13 La moda racconta tutto. Ma quanto spazio lascia alla vita vera?

di Cristiana Schieppati

Ci sono momenti nella vita in cui tutto sembra accadere contemporaneamente. Il lavoro continua, le scadenze non aspettano, le mail arrivano, il telefono squilla, gli appuntamenti si susseguono. E intanto, da qualche altra parte, magari in una stanza d’ospedale, c’è una persona che ami e che ha bisogno di te. E tu sei lì, divisa tra due mondi che sembrano non potersi incontrare.

Da una parte quello professionale, dove devi essere presente, efficiente, sorridente, pronta a risolvere qualsiasi problema. Dall’altra quello personale, dove improvvisamente tutte le certezze vacillano e dove anche la persona più forte scopre di avere paura. Mi sono chiesta perché sia così difficile far convivere queste due realtà, perché ci sentiamo quasi in dovere di nascondere le nostre preoccupazioni, di minimizzare un dolore, di rispondere “tutto bene”, anche quando tutto bene non va.

E me lo sono chiesta soprattutto pensando al mondo in cui lavoro da tanti anni: quello della moda e della comunicazione. Un mondo straordinario, che amo profondamente, ma che a volte sembra avere un rapporto complicato con la fragilità. Nel nostro ambiente si sa tutto: chi cambia lavoro, chi lascia una maison, chi arriva, chi parte, chi è stato invitato e chi no. Si conoscono le strategie, i fatturati, le simpatie e le antipatie, si commenta qualsiasi cosa, spesso anche ciò che non meriterebbe un commento. Ma quando si tratta di una malattia, di un lutto, di una difficoltà familiare, improvvisamente cala il silenzio che qualche volta è rispetto, discrezione, desiderio di proteggere la privacy, ma altre volte assomiglia pericolosamente all’omertà. Perché spesso si sa che qualcuno sta attraversando un momento difficile, che una famiglia è in crisi, che una persona sta soffrendo. Eppure si preferisce non chiedere, non approfondire, non esporsi, come se nominare il dolore potesse incrinare quella rappresentazione di perfezione che il nostro mondo ama tanto costruire.

E forse siamo noi per primi ad alimentare questo meccanismo. Ci abituiamo a non raccontare, a non disturbare, a non mostrare cedimenti, come se ammettere una difficoltà familiare potesse renderci meno professionali, meno affidabili, meno forti. E non parlo soltanto di malattie o lutti, penso alla salute mentale, all’ansia, alla depressione, al burnout, a chi ogni giorno combatte una battaglia invisibile e continua a mostrarsi sorridente, efficiente, impeccabile, a chi attraversa un momento di fragilità psicologica e teme che ammetterlo possa compromettere la propria credibilità professionale.

Viviamo in un settore che parla continuamente di benessere, equilibrio, inclusione e consapevolezza, ma che talvolta fatica a riconoscere il disagio quando riguarda le persone con cui lavoriamo ogni giorno. E penso anche a chi aspetta un bambino e, invece di vivere liberamente una delle notizie più belle della propria vita, si domanda quando sia il momento giusto per comunicarlo al lavoro. A chi teme che una gravidanza possa essere interpretata come una minore disponibilità, una pausa indesiderata, un ostacolo alla carriera. È paradossale che un mondo che celebra continuamente la libertà, l’autenticità e l’emancipazione femminile possa ancora mettere le persone nella condizione di nascondere non soltanto il dolore, ma persino la felicità.

Come se la vita, quella vera, con le sue paure, le sue gioie, le sue fragilità e i suoi imprevisti, fosse un’interferenza rispetto al lavoro. E invece la vita non è un’interferenza ma è tutto quello che siamo, anche quando lavoriamo. Non si può mettere in pausa la preoccupazione per una persona cara mentre si risponde a una mail, non si può spegnere la paura entrando a un appuntamento, non si può lasciare il dolore fuori dalla porta come si lascia un cappotto al guardaroba, ma soprattutto non dovrebbe essere necessario farlo.

In questi giorni ho fatto una cosa molto semplice, forse persino un po’ controcorrente. Ho usato i social network per quello che, almeno nelle mie intenzioni, erano nati a essere: uno spazio di condivisione. Non per raccontare un successo, un evento, un premio, una cena o una bella fotografia, ma per condividere un momento difficile della mia vita. Senza strategie di comunicazione, senza pensare all’algoritmo, senza chiedermi se fosse opportuno mostrare un frammento della mia fragilità. L’ho fatto perché in quel momento mi sembrava naturale, perché dietro quello che faccio ogni giorno c’è una persona, una figlia, una donna che, come tante altre, cerca di tenere insieme lavoro, famiglia, responsabilità ed emozioni.

E quello che è successo mi ha profondamente colpita, sono stata letteralmente inondata d’amore. Messaggi, parole, pensieri, telefonate. Persone vicine e lontane, amici di sempre e conoscenze professionali, persone che non sentivo da anni e altre che conosco appena, ognuno ha trovato un modo per esserci.

Non mi aspettavo tanto affetto e soprattutto non mi aspettavo che un gesto così spontaneo potesse restituirmi una sensazione tanto forte di vicinanza e mi sono resa conto che forse abbiamo sbagliato a pensare che mostrare la fragilità significhi perdere qualcosa, a volte significa esattamente il contrario, significa permettere agli altri di avvicinarsi.

E mi sono chiesta anche quando abbiamo smesso di usare i social per condividere davvero, quando abbiamo cominciato a trasformare ogni momento in una vetrina, ogni emozione in un contenuto, ogni esperienza in qualcosa da misurare attraverso visualizzazioni e interazioni. La moda parla continuamente di inclusione, autenticità, sensibilità, libertà di espressione. Sono parole bellissime, che riempiono campagne, manifesti e comunicati stampa, ma dovrebbero trovare spazio anche nei gesti quotidiani. Perché è facile celebrare la forza, molto più difficile accogliere la debolezza.

Non sto dicendo che dobbiamo raccontare tutto, la riservatezza è un diritto sacrosanto e ognuno deve poter scegliere cosa condividere e cosa tenere per sé, ma vorrei che nessuno si sentisse obbligato a nascondere la propria sofferenza per paura di apparire meno forte, meno interessante o meno professionale. Vorrei che nel nostro mondo, così attento all’immagine, imparassimo a guardare un po’ di più le persone, perché dietro un nome su un invito, una firma in fondo a una mail, un volto in prima fila, c’è sempre una vita che non conosciamo fino in fondo.

E quella vita, qualche volta, può essere molto più complicata di quanto immaginiamo. La fragilità non ci rende meno forti, ci rende più umani e tornare ad esserlo in tempi di AI è il gesto più rivoluzionario che possiamo compiere. Perché alla fine, qualche volta, la domanda più importante non è “che cosa stai facendo?” o “quale sarà il tuo prossimo progetto?”, ma soltanto “Come stai?”. E avere il tempo e il cuore di ascoltare davvero la risposta.

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