Se qualcuno avesse dormito negli ultimi dieci giorni e si fosse risvegliato oggi, potrebbe tranquillamente pensare che il principale appuntamento del calendario della moda non sia stata l’Alta Moda di Parigi, ma la stagione dei matrimoni. E forse, a pensarci bene, non avrebbe nemmeno tutti i torti.
Aurora Ramazzotti in Sicilia con un abito Giorgio Armani Privé che rende omaggio a quello indossato da Michelle Hunziker nel 1998. La cosa più emozionante è che l’abito originale, che tutta la famiglia credeva perduto, è stato ritrovato pochi giorni prima dell’inizio del progetto. Per i festeggiamenti serali ha poi cambiato look con un secondo abito in raso di seta firmato Giorgio Armani. Ad accompagnare i diversi momenti della giornata, cinque paia di scarpe René Caovilla, mentre i gioielli erano firmati Damiani. Anche lo sposo, Goffredo Cerza, ha scelto Giorgio Armani Made to Measure, confermando una coerenza stilistica che ha trasformato il matrimonio in un autentico progetto di moda, dove ogni dettaglio – dagli accessori agli abiti – contribuiva a costruire un’immagine precisa e riconoscibile. E poi c’è stato lo spettacolo. Perché oggi il matrimonio non sembra più accontentarsi di essere un matrimonio. Deve diventare uno show. Nel caso di Aurora Ramazzotti non sono mancati i momenti da grande produzione: le lettere lette dalle madri degli sposi, il primo ballo sotto gli occhi di centinaia di invitati, il microfono sul palco, gli interventi… ad un certo punto è sembrato quasi che il matrimonio fosse diventato il palcoscenico perfetto per raccontare il suo nuovo progetto musicale.. Tutto molto emozionante, tutto molto ben costruito. Forse anche un po’ troppo.
Per fortuna al mio matrimonio nessuno si è alzato a leggere qualcosa perchè sarei scappata subito li, mamma mia che imbarazzo. Già avevo l’ansia per il tavolo degli sposi dove sedeva ignaro il povero geometra che nel Borgo di Vigoleno era una star, tanto che mi aveva dato il permesso di prendermi tutta la piazza del piccolo borgo per fare la festa di nozze. Peccato che non avesse compreso che l’invito era un atto di gentilezza ma tutti speravamo non si presentasse… vabbeh è andata così.
Poi c’è stato il matrimonio di Eva Herzigová che, dopo venticinque anni d’amore e tre figli, dice finalmente sì a Gregorio Marsiaj a Torino con una cerimonia elegante e sorprendentemente sobria. Ho scoperto che mia madre, da buona torinese, conosceva il padre di Gregorio esponente di una delle più note famiglie dell’industria torinese, legata al mondo dell’automotive e dell’imprenditoria piemontese. Una cerimonia raccolta, tra la chiesa di San Vito, Palazzo Carignano e lo storico ristorante Del Cambio, con un’eleganza quasi d’altri tempi. Eva indossa un abito Lanvin d’archivio, lontano dagli eccessi couture e sono arrivati a bordo di un’Aston Martin d’epoca. Ed è forse questo il paradosso. Il matrimonio più “fashion” della settimana è stato quello che ha sentito meno il bisogno di dimostrare di esserlo. Niente scenografie hollywoodiane, niente copione da social network. Solo una storia iniziata venticinque anni fa e arrivata al suo naturale epilogo. O, se preferite, al suo nuovo inizio.
In Piemonte c’è stato anche il matrimonio della Nicole Cavallo. Per anni ha aiutato migliaia di donne a scegliere l’abito perfetto, trasformando il mondo bridal in un fenomeno social con milioni di visualizzazioni. Questa volta, però, è toccato a lei, ha infatti sposato Edoardo Degiovanni a Saluzzo, indossando un abito creato dalla madre, Alessandra Rinaudo, anima creativa della maison di famiglia. Una storia che sembra uscita da una favola: la figlia che porta all’altare il marchio nato con il suo nome, facendosi rifare per il cocktail l’abito della suocera che era stato realizzato da sua nonna. Un matrimonio elegante e profondamente legato alla tradizione di famiglia, ma anche la dimostrazione di quanto oggi il confine tra vita privata, impresa e comunicazione sia sempre più sottile.
Poi abbiamo avuto l’ex top model Paulina Porizkova che ha sposato lo sceneggiatore televisivo Jeff Greenstein a Villa Crespi, sul Lago d’Orta. La coppia ha scelto un matrimonio molto personale, con 78 invitati, musica suonata dai figli di Paulina e cena firmata dallo chef Antonino Cannavacciuolo. L’aspetto più curioso è che hanno deciso di celebrare un matrimonio civile italiano, non simbolico, e hanno raccontato di aver impiegato circa sette mesi per ottenere tutta la documentazione necessaria come cittadini stranieri. Jeff Greenstein ha scherzato dicendo che la burocrazia italiana è stata quasi una prova d’amore. Anche l’abito è una scelta interessante dal punto di vista moda: niente bianco tradizionale. Paulina ha indossato un abito couture color argento/acqua di House of Gilles, spiegando di non voler vestire di bianco perché, nella sua carriera da modella, aveva già sfilato con decine di abiti da sposa. L’ispirazione era quella dell’acqua: un colore indefinibile, fluido e senza tempo.
E poi c’è Francesca Ammaturo, fondatrice di Label Rose. Il suo matrimonio chiude idealmente questa lunga settimana di “sì” eccellenti. Nel suo caso, però, il confine tra vita privata e brand è praticamente inesistente. Da anni costruisce una community fondata sull’identificazione personale e il matrimonio diventa l’ennesimo capitolo di una narrazione perfettamente coerente. Non è una critica, è il segno dei tempi: oggi l’imprenditore è anche creator, testimonial e protagonista del proprio racconto. Il matrimonio non è più soltanto un giorno speciale, è un contenuto che rafforza l’identità del marchio.
Ormai il matrimonio è diventato l’ultima vera passerella rimasta. Non ci si chiede più se gli sposi saranno felici, ma ci si domanda chi firmerà l’abito, quanti cambi look ci saranno, quale sarà la location, quali influencer pubblicheranno per primi le immagini e quale magazine avrà l’esclusiva. E pensare che una volta l’unico pensiero quando si era invitati ad un matrimonio era cosa mettersi e sperare di non finire al tavolo degli zii più noiosi.
Il matrimonio non è più un momento privato, ma un piano editoriale! E comunque vi posso assicurare che a noi della stampa arrivano anche le foto con scritto embargo fino alle ore 18. La cosa curiosa è che proprio mentre tutti parlano di veli e bouquet, l’Alta Moda prova a fare il percorso inverso. Chanel, per esempio, ha scelto di rompere uno dei rituali più iconici della couture: non chiudere la sfilata con il tradizionale finale della sposa, spostando l’abito nuziale prima del gran finale. Un gesto simbolico, quasi a dire che forse certi codici possono essere riscritti, ma fuori dalla passerella l’abito da sposa continua ad essere il centro di tutto. Ah che nostalgia di Lorenzo Riva, di quando usciva al finale della sfilata con la sua sposa e iniziava a piangere dall’emozione.
A forza di vedere matrimoni, una domanda me la sono fatta anch’io: se dovessi sposarmi, chi sceglierei?
Niente principesse, niente gonne che occupano una navata intera e niente effetti speciali ho già dato con un abito con tanto di fiocco verde, ma ero una bambina avevo 27 anni. Il mio primo pensiero andrebbe a Giorgio Armani ha sempre avuto la straordinaria capacità di far sembrare semplice ciò che è perfetto. E questa, per me, è la forma più alta del lusso. Poi ci sono Le Spose di Giò, da milanese quale sono, ho sempre amato quella loro essenzialità senza tempo. Mi affascina anche Alberta Ferretti, romantica ma mai leziosa, ma quelli che faceva Alberta… nessuno come lei ha saputo raccontare una femminilità fatta di leggerezza e poesia. Fa un certo effetto vedere che questo marchio stia attraversando oggi una fase così delicata. Forse è anche questo il paradosso della moda: mentre il mondo impazzisce per i matrimoni delle celebrity, alcune maison che quel sogno lo hanno costruito per decenni lottano per sopravvivere E poi mi piacerebbe un abito di Ermanno Scervino, perchè nessuno come lui sa lavorare il pizzo e la sartorialità con una sensualità discreta, senza mai cadere nell’eccesso.
E sotto il vestito? La Perla, altro che Skims! Un marchio che ha insegnato al mondo che l’intimo può essere eleganza, artigianalità e femminilità. La bella notizia è che proprio in queste ore riparte un nuovo capitolo: il marchio torna sotto la guida di Alessio Vannetti, uno dei manager italiani che conosce meglio il lusso internazionale, un segnale importante per un’icona che negli ultimi anni ha rischiato di scomparire e per le lavoratrici che potranno continuare il loro percorso.
E poi ci sono i disastri veri, come il terremoto in Venezuela. Migliaia di morti, città distrutte, immagini che fanno venire i brividi. E il mondo della moda? Quasi silenzioso. Mi ha colpito una fotografia di un piccolo atelier venezuelano che ha smesso di confezionare abiti da sera per cucire sacchi mortuari. Lo stilista Efraín Mogollón ha messo da parte tulle, sete e paillettes per fare quello che serviva davvero. Mi sono chiesta: possibile che questo gesto sia arrivato da un piccolo laboratorio e non dalle grandi maison che ogni stagione parlano di valori, comunità, inclusione, sostenibilità e responsabilità sociale?
Forse qualche donazione privata c’è stata ma il silenzio pubblico resta assordante. La moda è velocissima quando deve cambiare direttore creativo, organizzare una sfilata spettacolare o raccontare un matrimonio da favola. Molto meno quando dovrebbe raccontare il mondo reale.
E poi c’è un altro piccolo grande disastro passato quasi sotto silenzio: chiude Wired Italia. Fa un certo effetto, nell’anno in cui tutti parlano di intelligenza artificiale, innovazione e rivoluzione digitale, scompare proprio la testata che per quasi vent’anni ha cercato di raccontare il futuro. Forse oggi vendere un matrimonio è più semplice che raccontare il futuro. E questa, più di tutte, è la notizia che dovrebbe preoccuparci.
Auguri agli sposi e anche alla moda. Perché, ultimamente, sembra averne davvero bisogno.











