Moda

Nov 02 MENO IO, PIÙ NOI. MA QUALCUNO DEVE ANCORA CAPIRLO

di Cristiana Schieppati

Ci sono giornate in cui penso che dovrei cambiare mestiere o forse soltanto frequentazioni. Non perché non ami più il giornalismo, anzi, ma perché comincio a essere stanca di una certa arroganza che si è insinuata nei rapporti professionali, soprattutto in quel mondo della comunicazione che dovrebbe conoscere il valore delle relazioni.

Succede che un giornalista proponga un’intervista, trovi un argomento interessante, prepari delle domande, offra uno spazio editoriale. Non chiede un favore, sta facendo il proprio lavoro. Eppure, sempre più spesso, la risposta arriva attraverso filtri, passaggi, autorizzazioni, strategie e calendari decisi da altri, come se il giornale fosse una bacheca pubblicitaria da utilizzare quando serve. Come se un articolo fosse un post concordato da pubblicare su ig ad un’ora stabilita da un contratto. Naturalmente tutti hanno il diritto di scegliere quando parlare, ma anche chi scrive ha il diritto di scegliere quando pubblicare. E soprattutto cosa.

Il problema è che abbiamo confuso la comunicazione con il controllo e il controllo, quando diventa un’abitudine, finisce per assomigliare terribilmente all’arroganza.

Mi è tornata in mente una frase di Maria Grazia Chiuri, ascoltata in un’intervista di Barbara Modesti in cui diceva “Meno io, più noi”. Parole semplicissime che dovrebbero essere stampate all’ingresso di parecchi uffici, possibilmente accanto alla macchinetta del caffè, così magari qualcuno le leggerebbe. Chiuri parla del lavoro collettivo, del valore delle persone che contribuiscono a costruire un progetto, un concetto che nella moda dovrebbe essere scontato, e invece è quasi rivoluzionario. Siamo diventati bravissimi a celebrare il talento individuale e molto meno a riconoscere il lavoro degli altri, tutti vogliono essere protagonisti e sempre di meno si è disposti a fare squadra… anzi… “sistema” come da secoli sento dire.

A proposito di squadre, penso a Luca de Meo, arrivato alla guida di Kering dopo una lunga carriera nell’automotive. Un manager abituato a numeri, strategie industriali e trasformazioni complesse, chiamato a confrontarsi con un settore che attraversa una fase delicata. La sua sfida è enorme ma c’è anche un’altra questione, che conosco bene osservando da anni il fashion system: la moda è un mondo che ama definirsi aperto, innovativo e contaminato, ma che spesso guarda con sospetto chi arriva da fuori. Puoi aver guidato grandi aziende, ottenuto risultati, dimostrato capacità ma se non conosci il linguaggio, i rituali e soprattutto le persone giuste, rischi di restare per sempre un ospite. E quando le cose si complicano, il forestiero diventa il primo indiziato. Naturalmente i risultati contano e nessuno può essere assolto o condannato sulla base del curriculum, ma trovo curioso che un settore che predica continuamente la contaminazione sia poi così geloso dei propri confini.

Del resto Milano funziona spesso allo stesso modo. Lo racconta, con ironia, Michela Proietti nel suo nuovo romanzo, Di passaggio a Milano, dove la città diventa un grande palcoscenico di ambizioni, appartenenze e scalate sociali. C’è chi vuole l’indirizzo giusto, chi il club giusto, chi il cognome giusto e chi, pur di essere ammesso, finisce per dimenticarsi chi è. Mi viene da sorridere perché, vivendo e lavorando a Milano, certe dinamiche le riconosco benissimo. La città delle opportunità è anche quella in cui spesso conta più essere invitati che avere qualcosa da dire e dove l’esclusività, qualche volta, serve soprattutto a far sentire esclusi gli altri.

Poi c’è il tema dell’immagine, quella che costruiamo, difendiamo e pretendiamo che tutti rispettino. Selvaggia Lucarelli ha sollevato l’ennesima polemica su Brunello Cucinelli (ma Brunello cosa le avrai mai fatto !) dopo la diffusione di video girati in Cina, nei quali l’imprenditore appare mentre abbraccia e tocca alcune celebri ospiti durante eventi pubblici. Gesti che hanno suscitato critiche sui social e sulla stampa asiatica, perché giudicati da alcuni inappropriati. Non voglio entrare nel merito di quei gesti, perché un filmato non sempre racconta tutto quello che è accaduto prima e dopo. E perché credo che sia necessario distinguere tra le intenzioni di una persona, la percezione di chi riceve un gesto e il modo in cui quel gesto viene interpretato da chi lo osserva, io ad esempio quando faccio una foto con Brunello sono abituata ad essere presa sotto braccio da lui, non ho mai pensato che fosse un insulto o mancanza di rispetto. Mi colpisce, piuttosto, la velocità con cui oggi tutto diventa un processo pubblico, bastano pochi secondi di video, un commento, una condivisione e siamo già tutti pronti a emettere una sentenza. Naturalmente il rispetto degli spazi personali è fondamentale, anche quando le intenzioni sono amichevoli. Ma forse dovremmo recuperare anche un’altra forma di rispetto: quella di non pretendere di conoscere una persona intera attraverso pochi fotogrammi.

Perché in un mondo che parla continuamente di gentilezza (e a vedere come vanno le cose è proprio un’utopia!), siamo diventati sorprendentemente poco gentili nel giudicare gli altri.

Per fortuna, ogni tanto, esco dal mondo della moda e scopro che esistono ambienti nei quali la cosa più importante non è chi sei, ma quello che succede davanti ai tuoi occhi. È capitato quando Giovanni Bozzetti, Presidente di Fondazione Fiera Milano, mi ha invitata a vedere una partita di hockey al Fiera Ice Arena. Confesso che la mia preparazione sportiva, in materia, era piuttosto particolare, avevo visto Off Campus e nutrivo una certa curiosità per Gareth Graham…diciamo che ero partita con aspettative più cinematografiche che agonistiche. Invece mi sono ritrovata a seguire uno sport velocissimo, fisico, spettacolare. Ad assistere all’incontro insieme a me c’erano tra i tanti Ferruccio de Bortoli, Paolo Veronesi, Beatrice Rossaro, Sandra Vecchi Berton, tutti, a modo nostro, stupiti da quanto fosse dinamico e coinvolgente quello che accadeva sul ghiaccio.

E ho pensato che forse dovremmo concederci più spesso il lusso di sorprenderci di entrare in un mondo che non conosciamo senza pretendere di sapere già tutto, un esercizio che consiglierei anche a parecchi protagonisti del fashion system.

Nel frattempo sui social ho visto che Tony Effe è volato in Cina con Ale Della Giusta per allenarsi con i monaci Shaolin. Sveglie all’alba, disciplina, fatica, concentrazione, pare che anche la gestione della rabbia passi ormai attraverso un viaggio dall’altra parte del mondo. La cosa mi interessa moltissimo perché, dopo certe giornate lavorative, penso che un corso Shaolin potrebbe essere l’investimento migliore della mia vita. Non so se riuscirei a rompere un mattone a mani nude, ma qualche muro di gomma, francamente, mi piacerebbe provarci. Soprattutto vorrei non perdere la pazienza davanti a chi pensa che il proprio tempo valga sempre più di quello degli altri.

Proprio quando sembra che il mondo sia diventato un gigantesco esercizio di autocelebrazione, arriva Kimi Antonelli. Vent’anni, un talento straordinario e un titolo mondiale di Formula 1 conquistato riportando l’Italia sul tetto del mondo dopo settantatré anni. Mi piace pensare che, almeno per il momento, rappresenti una generazione capace di vincere senza dover continuamente ricordare agli altri quanto vale. Non so se sarà sempre così, il successo cambia le persone, o forse semplicemente rivela quello che sono, ma voglio concedermi questa illusione: che si possa arrivare in cima senza guardare tutti dall’alto in basso.

Perché alla fine il problema non è avere successo ma è quello che decidiamo di farne.

(questo articolo lo trovi anche su Substack )

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