Moda

Ott 25 TUTTI PROTAGONISTI, NESSUNO RESPONSABILE

di Cristiana Schieppati

Ho la sensazione che ormai tutti vogliano scrivere un libro, girare un film, raccontare la propria vita. Possibilmente diventare protagonisti di qualcosa. Sotto casa mia l’altra notte hanno girato un film con la regia di Antonio Albanese, in mezzo a Piazza Firenze dove Cookie ogni mattina fa pipì. Ho subito pensato che forse Milano sta veramente diventando come Coccia di Morto, e mentre riflettevo che la cosa avrebbe dovuto farmi ridere mi sono accorta che fuori dal set la realtà sembra aver superato qualsiasi sceneggiatura.

In questi giorni ho vissuto almeno tre mondi diversi. Quello degli ospedali, quello della cronaca e quello dello spettacolo. E, come sempre, quello della moda, che continua a essere uno straordinario specchio delle nostre contraddizioni.

Partiamo dall’ospedale. Un intervento, giorni complicati, preoccupazioni, decisioni da prendere, una quotidianità completamente rivoluzionata. La vita ospedaliera è un universo parallelo. Le ore passano lentamente, le giornate sono scandite da visite, terapie, attese. Si impara a conoscere persone che fino al giorno prima erano perfette sconosciute. Si osservano le famiglie, quelle presenti e quelle assenti. Si vedono fragilità che nessun social racconterà mai davvero. Li ho conusciuto Salvatore (nome di fantasia), infermiere nato a Caltanissetta da padre siciliano e madre venezuelana. Studi a Parma e poi lavoro a Milano con turni da ospedale che per un ragazzo di 27 anni vogliono dire non uscire la sera, trascorrere le notti di turno e avere la resposabilità di persone che necessitano di cure. Lui, che ha perso la madre per un brutto male che non ha potuto vederlo laurearsi, ha voluto farmi partecipe del suo pensiero in questi giorni dove i ragazzi sono protagonisti delle cronache con i fatti di cui tutti parlano. ” Mia madre faceva la domestica, mio padre l’operaio e con infiniti sacrifici ci hanno permesso di studiare e laurearci. Quando tornavamo a casa in estate lavoravamo per poter dare soldi in famiglia e ricompensare quello che i miei genitori hanno fatto per noi. Né io né mia sorella ci siamo comprati l’ultimo modello di iphone e nemmeno i jeans da 350 euro, ma quanta soddisfazione.” E quanti PR conosco che sono arrivati a Milano per realizzare un sogno ma vengono da famiglie semplicissime di lavoratori nel sud d’italia che a suon di sacrifici gli hanno pagato gli studi. In questi momenti capisci una cosa semplicissima: la vita vera è fatta soprattutto di responsabilità che nessuno applaude, che nessuno mette in luce perchè non fanno notizia. Anzi meglio tenere segreto che non vieni da una famiglia ricca.

Fuori, intanto, Milano bruciava. Le manifestazioni contro il carovita del 17 e 18 ottobre sono degenerate in scontri, vandalismi e saccheggi. Le immagini delle vetrine distrutte e dei ragazzi incappucciati hanno fatto il giro dei social. E immediatamente è partito il dibattito. La distinzione tra manifestanti pacifici e violenti. La politica che divide tra destra e sinistra. Le analisi sul disagio giovanile, gli stipendi bassi, il costo della vita, le periferie, le opportunità negate. Tutti a spiegare, tutti a dire la loro, anche quelli che sui social fino al giorno prima facevano tutorial su come mascherare i brufoli con il fondodinta hanno sfornato paternali sui giovani e sul carovita, loro che pochi minuti dopo postavano video sul nuovo iphone duo da 2540 euro che gli è stato gentilmente omaggiato da Apple. Tutti a interpretare, tutti a cercare una responsabilità, possibilmente lontana da sé.

Io, francamente, mi sono un po’ rotta. Non perché non esistano problemi sociali. Esistono eccome! Il costo della vita è diventato insostenibile per molte famiglie, lavorare non garantisce sempre una vita dignitosa e per tanti ragazzi costruirsi un futuro è difficile. Io lavoro eppure ho dovuto rinunciare ad una domestica per far quadrare il bilancio di famiglia. Mi chiedo quando abbiamo deciso che comprendere un problema significa necessariamente giustificare qualsiasi comportamento? Manifestare è un diritto, spaccare una vetrina e rubare quello che c’è dentro non lo è. Eppure persino una frase così elementare sembra diventata materia di scontro, perchè oggi non conta quello che dici, conta l’etichetta che ti appiccicano addosso. Se parli di repressione sei di destra, se parli di disagio sociale sei di sinistra, se parli di educazione sei una vecchia moralista, se parli di sacrificio sei una privilegiata. Non si ascoltano più le opinioni, si classificano le persone.

E la cosa più inquietante è che tutto questo è diventato spettacolo. La violenza, l’indignazione, l’odio sono virali. Si filma una vetrina che viene sfondata, si condivide il video, si commenta, ci si insulta e il giorno dopo si passa ad altro. La cronaca è diventata intrattenimento, la rabbia contenuto e le proteste circondate da polizia ed esercito una scenografia.

E allora vorrei fare una domanda. Ma noi adulti, in tutto questo, dove siamo? Perché è troppo facile dare la colpa ai giovani e altrettanto facile assolverli sempre, attribuendo ogni responsabilità alla società. Io ho due figlie e ricordo benissimo quando erano adolescenti. Ricordo le battaglie quotidiane per insegnare loro le regole, il rispetto, il valore di un no. I musi che mi tenevano quando non le facevo partecipare a situazioni che non erano adatte alla loro età, quando non ero disposta a concedere tutto. Ero quella rigida verso madri che lasciavano fare qualsiasi cosa. Bambini che potevano comportarsi come volevano con genitori che sembravano terrorizzati dall’idea di essere impopolari agli occhi dei propri figli. Io dicevo no e qualcun altro diceva sì. E alla fine quella severa, quella esagerata, quella che non capiva i tempi, ero io. Come madre ho fatto sicuramente molti errori, ma una cosa l’ho sempre pensata: i figli non hanno bisogno di genitori che dicano sempre sì, hanno bisogno di adulti capaci di assumersi la responsabilità di dire no, che dialoghino, che non li facciano educare da un cellulare.

Oggi il senso del sacrificio sembra quasi una provocazione, e mi ricordo sempre quando ero ragazzina negli anni ’80 e a Milano c’erano i Paninari, io volevo un paio di Timberland, le desideravo moltissimo. Mio padre avrebbe anche potuto comprarmele, ma mi disse che avrei dovuto guadagnarmele e così passai giugno e luglio a lavorare nell’officina dove gli operai producevano i ganci di traino, facevo i “kit” con viti, brugole e bulloni. Non era sfruttamento minorile, era un insegnamento: volevo qualcosa? Dovevo fare qualcosa per ottenerla. E quelle Timberland, una volta comprate, valevano molto di più del loro prezzo.

Oggi mi sembra che abbiamo insegnato a desiderare tutto, ma molto meno a conquistarlo e attenzione, non è una questione di ricchi o poveri, ma una questione culturale. Il desiderio non è sbagliato, ma la moda ci insegna che è uno dei motori più potenti dell’economia e della creatività. Ma quando il desiderio si trasforma in pretesa, qualcosa non funziona più e il mondo del lusso dovrebbe interrogarsi su questo per il potere che rappresenta. Raccontiamo di miliardari che anche drogati gestiscono patrimoni, analizziamo le loro fortune, le macchine volanti, alimentiamo i sogni attraverso video e immagini di gente che con un balletto o con i piedi guadagna soldi su tiktok. Ma quanto spazio dedichiamo ancora alla cultura del lavoro? A chi costruisce, a chi impara un mestiere, a chi comincia dal basso e fa sacrifici senza trasformarli in un racconto motivazionale su Instagram?

Lavoro da una vita nella moda e nella comunicazione e continuo ad amarle, ma non posso ignorare che abbiamo contribuito a costruire una società nella quale il valore di un oggetto viene spesso confuso con il valore di chi lo possiede. E mentre ci indigniamo davanti alle immagini dei negozi saccheggiati, dovremmo forse domandarci che cosa rappresentino quegli oggetti per chi li desidera a qualsiasi costo, non per giustificare chi ruba, ma per capire quanto profondamente abbiamo trasformato il consumo in identità.

In mezzo a tutto questo sono andata con le mie figlie a un concerto Candlelight che avevo prenotato a luglio, dedicato alle musiche Disney. Si perchè noi in macchina quando il viaggio si fa lungo ed abbiamo esaurito le playlist iniziamo ad cantare tutte le canzoni dei film e dei cartoon che guardavano da piccole e che abbiamo inevitabilmente imparato a memoria. Le candele, la musica, le melodie che conosci da una vita, per una sera, un’esperienza semplice, quasi infantile nella sua capacità di emozionare, circondati da adulti che forse, come noi, pensavano a quanto poco basti a volte per stare bene.

Soltanto il piacere di esserci. Ed è proprio questa parola che mi torna continuamente in mente dopo le ultime settimane. Esserci quando un genitore ha bisogno di te, quando un figlio deve imparare che non può avere tutto, quando un amico attraversa un momento difficile o uando bisogna assumersi una responsabilità anziché cercare qualcuno a cui attribuirla. È molto meno spettacolare che girare un film, scrivere un libro o pubblicare un post destinato a diventare virale ma forse è molto più importante.

Non voglio sostenere che la mia generazione fosse migliore, sarebbe falso. Abbiamo avuto privilegi, opportunità, contraddizioni e abbiamo commesso errori enormi, uno dei più grandi è stato quello di voler rendere la vita dei nostri figli così facile da dimenticarci che anche le difficoltà insegnano qualcosa. Abbiamo cercato di proteggerli dalla frustrazione, dalla fatica, dalle delusioni e senza volerlo li abbiamo privati della soddisfazione di farcela da soli. Serve ricominciare a parlare di educazione senza vergognarsene, di responsabilità senza essere etichettati, di lavoro senza considerarlo una condanna, e soprattutto smettere di confondere la libertà con l’assenza di limiti.

E forse ha ragione Luciana Littizzetto quando dice che anche Pinocchio era un po’ maranza. Per diventare un bambino vero ha dovuto prendere qualche batosta dalla vita, imparare dai propri errori e avere accanto un padre che, nonostante tutto, non ha mai smesso di esserci. Perché non si diventa grandi ottenendo tutto, ma imparando che ogni scelta ha delle conseguenze. E che educare non significa accontentare, ma insegnare a vivere.

Foto copyright Stefano Porta/ La Presse

Una risposta a “TUTTI PROTAGONISTI, NESSUNO RESPONSABILE”

  1. Rossella ha detto:

    Quante verità, un articolo che davvero colpisce nel segno. “Guadagnarsi ciò che si desidera”, anch’io sono stata abituata dai miei genitori a guadagnarmi ciò che desideravo anche perchè mi portava ad apprezzarlo veramente quello che mi ero guadagnata. Sono d’accordo anche sul fatto che molti genitori di oggi cercano in tutti i modi di far evitare ai propri figli delusioni, rinunce, fatiche forse perchè così hanno molto meno problemi anche loro ma poi? Ecco i risultati

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